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Usa 2024, il Grande Centro punta alla Casa bianca: i No Labels cercano la terza via tra Biden e Trump

Poche imprese negli ultimi decenni sono sembrate ardue come superare il tradizionale bipolarismo del sistema politico statunitense, dove fuori dai Democratici e i Repubblicani sembra essere per forza di cose destinati alla marginalità. Una tradizione che tuttavia in tanti hanno provato a superare con risultati più o meno positivi, ma spesso comunque determinanti per delineare l’esito elettorale. Gli ultimi che sembrano volersi unire a questo club sembrano essere i “No Labels” (in italiano: “senza etichetta”), formazione centrista che sta valutando di mettere in campo una candidatura alternativa a Democratici e Repubblicani, e più nello specifico a Joe Biden e Donald Trump, probabili candidati per le elezioni del novembre 2024.

Per quanto abbiano conquistato la ribalta quest’anno, con l’annuncio di voler schierare una candidatura alle prossime elezioni, i No Labels sono in realtà nati nel 2010, fondati da Nancy Jacobsen, in precedenza impegnata nella raccolta fondi per i Democratici, e con il sostegno di Joe Lieberman, fino al 2013 senatore del Connecticut, candidato vice del democratico Al Gore nel 2000, diventato nel 2006 indipendente e avvicinatosi in più occasioni ai repubblicani.

La loro principale attività portata avanti in questi anni è stata la creazione del Problem solvers caucus, un gruppo attivo al Congresso composto da membri di entrambi i maggiori partiti americani con l’obiettivo di affrontare congiuntamente alcuni temi. Il movimento No Labels, spesso definito “centrista”, è sempre stato una forza d’opinione che mai ha presentato direttamente proprie candidature sotto il proprio nome.

Formalmente si batte per superare il bipolarismo tra estremismi e coinvolgere tutte le persone che non vi si sentono rappresentate da una politica dai toni sempre più esasperati, e lo scorso luglio ha annunciato che concorrerà con una candidatura moderata e fuori dagli schieramenti se nel 2024 dovesse esserci di nuovo lo scontro tra Joe Biden e Donald Trump, lo stesso del 2020 con i due divenuti rispettivamente 81enne e 78enne, in un clima che si prospetta essere ancora più polarizzato dopo i fatti di Capitol Hill del gennaio 2021 e la conseguente vicenda giudiziaria che vede Trump protagonista.

Tante incognite
L’ipotesi di discesa in campo dei No Labels è comunque ancora ricca di incognite, a partire dalla candidatura. Molti nomi sono stati accostati al progetto politico, dal senatore democratico Joe Manchin, che più volte ha fatto parlare di sé per le posizioni spesso divergenti rispetto alla linea del suo partito al punto da essere definito un “Dino”, uno dei tanti acronimi della politica americana che significa “Democratic in name only”, fino all’ex ambasciatore e governatore dello Utah nonché candidato alle primarie repubblicane del 2012 Jon Huntsman e all’ex governatore del Maryland Larry Hogan, anche lui repubblicano. A questo va aggiunto che il programma della forza politica è attualmente molto generico su molti temi fondamentali, a partire dall’aborto, ma hanno annunciato che presto ne arriverà uno più dettagliato.

Mentre inizia a crearsi una certa attenzione intorno al progetto, in molti iniziano a interrogarsi, in attesa di scoprire nuovi dettagli, quale potenziale avrebbe una candidatura No Labels e chi tra Democratici e Repubblicani ne riuscirebbe a trarre maggiore vantaggio. Il portale FiveThirtyEight, sito di analisi politiche ed elettorali, ha preso in esame diversi scenari, inevitabilmente generici vista l’assenza al momento sia di una candidatura che di un programma ben definito da parte della piattaforma, ma ha notato come in tutti questi casi a trarne vantaggio siano sempre i repubblicani. Un fatto che sta destando alcune preoccupazioni in ambito democratico, dove la storia recente insegna come le candidature al di fuori dei due grandi partiti possano risultare per loro particolarmente pericolose.

Terzi incomodi
La storia elettorale degli Stati Uniti è caratterizzata da un bipolarismo quasi perfetto tra democratici e repubblicani in cui c’è poco spazio per candidature di partiti più piccoli. Tuttavia, molti casi dimostrano come tante volte, una candidatura anche marginale, possa risultare determinante nel giorno delle presidenziali.

Lo ricorda bene suo malgrado il democratico Al Gore, sconfitto per un pugno di voti in Florida, ma abbastanza da regalare quello stato e la presidenza al repubblicano George W. Bush, nel giorno in cui i verdi col loro candidato Ralph Nader ottenevano il miglior risultato della loro storia, per parlare dell’esempio più celebre.

In generale, trovare spazio fuori da democratici e repubblicani è negli Stati Uniti un lavoro abbastanza difficile. Ad oggi i due principali partiti alternativi alle due maggiori forze politiche sono il Libertarian Party, che nel 2016 arrivò a 3,3 per cento, dato che potrebbe sembrare marginale ma negli States è un ottimo risultato per un terzo incomodo, e i già citati verdi. In generale, tuttavia, i partiti più piccoli trovano spesso un grande ostacolo nel “ballot access”, la legge grazie alla quale una candidatura è presente sulla scheda, diversa in ognuno dei 50 stati e che in molti casi necessita di una mobilitazione non alla portata di tutti, così come nella sostanziale esclusione dai dibattiti in assenza di sondaggi dalle percentuali in doppia cifra.

A questo si aggiunge una legge elettorale maggioritaria, in cui è necessario vincere in più stati possibili per avere maggiore rappresentanza nel collegio elettorale e in cui un risultato fuori dal comune senza vincere in alcuno stato non porta alcun beneficio a una candidatura. E così gli elettori finiscono per optare per il cosiddetto “voto utile” e schierarsi soprattutto tra i due principali candidati.

Il miglior risultato raggiunto da un candidato fuori dagli schieramenti negli ultimi anni è stato raggiunto ormai oltre 30 anni fa dal miliardario texano Ross Perot, che nel 1992 scelse di candidarsi da indipendente contro il presidente uscente George H. Bush e il democratico Bill Clinton. Perot raggiunse il 18,9 per cento, un risultato altissimo, ma, nonostante ciò, non riuscì ad arrivare primo in nessuno dei 50 stati. Negli anni successivi provò a capitalizzare quella vittoria costituendo il Reform Party, ma nel 1996 si fermò a meno della metà dei voti di quattro anni prima e di lì a poco il suo partito andò via via ridimensionandosi. Ma l’esperienza di Perot fu significativa, perché secondo molti il suo consenso, dopo che i repubblicani erano da 12 anni alla Casa Bianca e dopo il crollo del muro di Berlino, andò a danneggiare soprattutto Bush, favorendo la vittoria di Clinton.

Per trovare un candidato né democratico né repubblicano ad arrivare primo in uno stato dobbiamo tornare indietro addirittura al 1968, quando il governatore segregazionista dell’Alabama George Wallace, in rotta con i democratici che stavano sposando la causa dei diritti civili, decise per la corsa solitaria e vinse in numerosi stati del sud. Era un’America diversa, in cui la geografia elettorale stava subendo un terremoto.

In tempi più recenti, nel 2012 ci fu un tentativo centrista, Americans Elect, che puntava proprio a superare il tradizionale bipolarismo statunitense e che voleva scegliere il proprio candidato attraverso un voto online, sperando di vedere la partecipazione di big della politica americana. Nonostante le notevoli aspettative, il sostegno fu poco e l’operazione non ebbe seguito.

Fanno sul serio?
Se i No Labels faranno sul serio o finiranno per essere un altro Americans Elects lo dimostreranno vari fattori. Prima di tutto, perché si crei uno spazio politico per una terza forza, questo deve formarsi a discapito dei due principali partiti, e se tra un anno la sfida dovesse essere la rivincita del 2020 con due candidati in età pensionabile e con una popolarità non altissima, questo spazio può esserci. Tuttavia, sappiamo bene come negli ultimi anni la politica americana sia stata polarizzata in modo anche brusco su molti temi, un fatto che può limitare lo spazio per candidature alternative in favore anche in questo caso il cosiddetto voto utile.

Ovviamente, se lo spazio politico dovesse esserci, starebbe ai No Labels o a qualcun altro al loro posto saperlo occupare. Al momento, questa piattaforma non ha una candidatura e ha un programma estremamente generico basato soprattutto sulla rottura del tradizionale bipolarismo e il superamento di idee estremiste, ma in anni in cui i toni si sono fatti più estremi in molti ambiti ciò potrebbe non bastare e non essere visto come un’alternativa valida.

Intanto, il gruppo ha iniziato l’iter per essere presente sulle schede elettorali, e ad oggi hanno già ottenuto la documentazione per esserci in dieci dei cinquanta stati. Di cosa sia l’inizio, lo scopriremo nei prossimi mesi.

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