tpi-logo-trasparente

Sportwashing: il Mancio d’Arabia e l’Italia distratta sui diritti umani

Quando, l’anno scorso, la Danimarca si qualificò per i Mondiali di calcio di Qatar, giocati verso la fine del 2022, nel Paese si scatenò una violenta discussione. Da una parte – gli amanti del calcio e i tifosi più accaniti – erano contenti per la qualificazione, soprattutto perché la nazionale sembrava avere “la stoffa” per fare strada nel torneo. Altri – soprattutto intellettuali, persone sensibili ai temi umanitari e gran parte della stampa – erano totalmente contrari ad andare a giocare in un Paese dove i diritti umani venivano (e vengono) grossolanamente calpestati.

E già, perché il Qatar, come ricordiamo, era quel Paese che, grazie a una straordinaria potenza economica dovuta ai ricavi dell’industria del gas, era riuscito ad aggiudicarsi i Mondiali Fifa, nonostante mille polemiche che riguardavano il rispetto dei diritti umani nell’emirato. Polemiche del tutto legittime perché circa 6.500 lavoratori – per lo più stranieri sottopagati e che spesso vivevano in condizioni disumane – avevano perso la vita nella costruzione degli stadi che avrebbero poi ospitato il prestigioso torneo. Per non parlare della cronica mancanza di diritti per le donne, gli omosessuali ed altre categorie socialmente esposte. 

Per questo motivo il settimanale danese, Weekendavisen, sentenziò: «Prima ancora di iniziare, i Mondiali di calcio in Qatar costituiscono il più grande scandalo nella storia del calcio. Le condizioni sociali in Qatar sono orribili. Con la Fifa come costruttrice di stadi, però, l’intera comunità internazionale diventa responsabile di queste condizioni sanguinose». Lo stesso giornale propose poi alla Danimarca di boicottare la manifestazione. Ovviamente il boicottaggio non ci fu, perché, come si sa, il dio denaro (come scriveva Giorgio Bocca) fa ormai da padrone nel mondo moderno.

Ciò che è riuscito a fare il Qatar, l’anno scorso, pagando lautamente la Fifa per ospitare i Mondiali, si chiama “sportswashing”, ossia una furbesca strategia usata da alcuni Stati che attraverso lo sport mirano a “modernizzare” la propria immagine e a far distogliere lo sguardo dalla pessima situazione dei diritti umani nel proprio Paese.

Sportwashing à gogo
E ora ci risiamo, grazie all’ex c.t. degli Azzurri, Roberto Mancini, che dopo essersi dimesso dall’incarico ha subito accettato di allenare la nazionale saudita. Ovviamente non sono mancate le polemiche – sul teso rapporto fra Mancini e il presidente della Figc, Gabriele Gravina, nonché sul compenso astronomico che prenderà l’ex allenatore dell’Inter, circa 25 milioni di euro a stagione, come nuovo allenatore dell’Arabia Saudita.

Un’altra polemica, però, avrebbe dovuto tenere banco in Italia, ma è stata totalmente – e misteriosamente – assente dal dibattito pubblico e cioè quella che riguarda l’aspetto etico di tutta la vicenda. Si parla infatti di un allenatore, probabilmente già abbastanza “facoltoso”, che accetta un incarico in un Paese che, secondo i dati di Amnesty International Italia, si piazza al 159esimo posto su 167 Stati in materia di rispetto dei diritti umani. Quella sì, sarebbe stata una diatriba meritevole di attenzione.

La stessa Amnesty International Italia ricorda quale sia l’attuale situazione in Arabia Saudita:«Difensori dei diritti umani tutti in carcere. Repressione politica contro la minoranza sciita della provincia orientale, anche con la pena di morte. Pena di morte: 196 esecuzioni nel 2022 (di cui molte tramite decapitazioni pubbliche), record da 30 anni; almeno 57 per reati di droga; 81 impiccagioni in un solo giorno e nel 2023 siamo già a 96 esecuzioni. Persecuzione dell’attivismo online: tre donne condannate a lunghe pene detentive nel 2022; un uomo condannato a morte nel 2023».

L’ong britannica, Reprieve, che opera nel campo dei diritti umani, le fa eco: «Dal 2015 fino al 2022 vi è stata una media di 129 esecuzioni all’anno in Arabia Saudita, con un aumento dell’82 per cento rispetto al periodo compreso tra il 2010 e il 2014».

Questi spaventosi dati non sembrano tuttavia turbare minimamente Roberto Mancini che, in un quasi poetico video confezionato dalla Lega calcio araba, dichiara con sorriso vincente, mentre sceglie una cravatta verde chiara (stesso colore della bandiera dell’Arabia Saudita): «Ho fatto la storia in Europa, ora è tempo di farla con l’Arabia». Frase che, per la sua voluta (?) ingenuità, fa quasi tenerezza per quanto ignori il contesto sociale di quel Paese. 

Roberto Mancini non è certo il primo a farsi adescare dai soavi toni del dio denaro in barba ai più basilari diritti umani: già da qualche tempo il famoso campione portoghese, Cristiano Ronaldo, dribbla sapientemente la questione dei diritti umani e dà così un suo sostanzioso contributo allo sportswashing saudita. Diversi altri giocatori – ad esempio il brasiliano Neymar – hanno calcato le orme di Cristiano Ronaldo e di sicuro altri seguiranno. 

Una diversa presa di posizione
È chiaro che la superficialità etica – un eufemismo scelto con cura – combinata con l’ingordigia economica di personaggi famosi del mondo calcistico, non è passata inosservata presso Amnesty International Italia, il cui portavoce Riccardo Noury afferma a TPI: «Sarebbe importante iniziare a dire di no agli arabi. Aspettiamo un calciatore che rifiuti l’offerta e ne spieghi pubblicamente le ragioni».

E quel no, fortunatamente, è arrivato proprio di recente. Esistono, evidentemente, giocatori dotati non soltanto di evidenti capacità calcistiche ma anche di uno spessore intellettuale che porta a vedere le cose con chiarezza. Uno di questi è il centrocampista tedesco del Real Madrid, Tony Kross, che prima dei Mondiali in Qatar aveva dichiarato: «Violano i diritti umani. Ma boicottare ormai è inutile…». Recentemente Kross è tornato sull’argomento con un tweet, ma questa volta ha preso di mira i colleghi che vanno a giocare nella Saudi Pro League: «Non andrei mai a giocare in Arabia Saudita, vista la situazione dei diritti umani».

Putroppo, la stragrande maggioranza di chi opera nel mondo calcistico è “corruttibile”. È da molto che l’Arabia Saudita ha perfettamente capito che il circo calcistico italiano costituisce un’ottima porta d’ingresso verso l’Europa per le sue strategie di sportswashing. I petrodollari sembrano aprire tutte le porte in Italia – presso molti club e perfino presso alcuni canali televisivi, mettendo di buon umore molti dirigenti sportivi italiani. Dollari che, allo stesso tempo, sbarrano la strada – e anche in modo piuttosto efficace – a qualunque nobile principio (i diritti umani). Di fronte ai lauti compensi arabi spesso i nobili principi si riducono a goffe frasi di circostanza, pronunciate da presidenti di società calcistiche.

Fu ciò che avvenne nel dicembre 2019, quando il presidente della Societa Sportiva Lazio, Claudio Lotito, si presentò alla Stampa Estera prima della partita della Supercoppa italiana, Lazio-Juventus, giocata in Arabia Saudita, e affermò: «Noi della Lazio abbiamo intenzione di portare la democrazia in Arabia Saudita», provocando più di un’amara risata in un nutrito gruppo di giornalisti stranieri.  

Purtroppo, però, non c’è niente da ridere, come nota Riccardo Noury: «Come organizzazione con un importante focus sui diritti umani noi siamo pronti a chiedere alla Lega Calcio Italiana di non disputare più in Arabia Saudita la Supercoppa italiana». Richiesta più che legittima ma anche vana speranza, perché, tentata dai soldi, la Federcalcio ha già accettato l’offerta del regno arabo, che ospiterà quattro edizioni delle Supercoppa italiana nei prossimi sei anni, dando così, nuovamente, una grossa mano all’abbellimento del volto di una teocrazia antidemocratica. 

La storia del moderno sportswashing, però, non finisce qui, perché ultimamente l’emittente televisiva La7 ha iniziato a trasmettere una partita a settimana dalla Saudi Pro League, contribuendo così a normalizzare l’immagine di una Paese che è tutt’altro che normale, sempre in materia di diritti umani. 

Un uomo tutto d’un pezzo
Guardando al passato si scopre che nel 1978 il campione olandese Johan Cruijff, quando probabilmente era ancora il calciatore più forte del mondo, non andò a disputare i Mondiali in Argentina. In quel periodo – dal 1976 al 1981 – una sanguinaria dittatura militare governava il Paese sudamericano. Cruijff si rifiutò di giocare in un Paese dove il governo imprigionava gli oppositori e dove i politici «avevano le mani insanguinate». L’etica mostrata dalla scelta di Cruijff (quasi del tutto assente oggi) lo portò ad agire di conseguenza. 

Chi conosceva Johan Cruijff diceva che era «un uomo tutto di un pezzo». Aveva, parafrasando Roberto Mancini, fatto la storia del calcio in Europa e avrebbe potuto farla in Argentina, vincendo i mondiali. Ma aveva anche dei principi che non era disposto a barattare. Oggi, quei principi si trovano decisamente in una posizione di fuorigioco.

Share:

Facebook
Twitter
Pinterest
LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

On Key

Related Posts