tpi-logo-trasparente

La vendetta di Israele contro Hamas e il placet di zio Joe Biden all’invasione di Gaza

Appena otto giorni prima dell’attacco di Hamas, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan, aveva commentato così la situazione in Medio Oriente: «La regione è più tranquilla oggi di quanto lo sia stata negli ultimi vent’anni».

«Ci sono ancora sfide da affrontare», aveva aggiunto durante un evento tenuto a Washington il 29 settembre. «Il programma di armi nucleari dell’Iran, le tensioni tra israeliani e palestinesi. Ma la quantità di tempo che oggi devo dedicare alle crisi e ai conflitti in Medio Oriente, rispetto a tutti i miei predecessori tornando fino all’11 settembre, è diminuita significativamente». Il richiamo all’11 settembre sarebbe tornato d’attualità poco più di una settimana dopo, quando centinaia di miliziani di Hamas avrebbero superato la barriera iper-tecnologica che separa lo stato di Israele da quella che attivisti e ong definiscono la «più grande prigione a cielo aperto al mondo», la striscia di Gaza. Nei giorni successivi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente statunitense Joe Biden hanno accostato più volte gli attentati del 2001 a quello che si è rivelato il più sanguinoso attacco nella storia israeliana, in cui hanno perso la vita almeno 1.400 persone e ne sono state prese in ostaggio circa 200.

In particolare Biden ha invitato Netanyahu a non ripetere gli stessi «errori» che più di venti anni fa portarono gli Stati Uniti a lanciare guerre che, secondo alcune stime, hanno causato la morte diretta e indiretta di più di 4 milioni di persone.

Giustizia o rappresaglia?
«Bisogna fare giustizia», ha detto Biden durante la visita della settimana scorsa in Israele. «Ma vi invito, mentre provate quella rabbia, a non farvi consumare da essa. Dopo l’11 settembre eravamo infuriati negli Stati Uniti. Mentre cercavamo giustizia e ottenevamo giustizia, abbiamo anche commesso degli errori».

Nelle ore successive all’attacco il dolore ha lasciato spazio alla furia delle forze armate israeliane che, nella prima settimana di conflitto, hanno sganciato sulla striscia una quantità di bombe (quasi 6mila) paragonabile a quante gli Stati Uniti ne utilizzavano in un intero anno di guerra in Afghanistan. Nelle prime due settimane di bombardamenti, secondo le autorità di Gaza, sono morti più di 4.600 palestinesi, tra cui oltre 1.800 bambini, mentre più del 40 per cento delle unità abitative nella striscia sono state distrutte o danneggiate. È di gran lunga il bilancio più pesante delle cinque guerre che si sono abbattute su Gaza da quando le forze israeliane si sono ritirate nel 2005.

I raid degli ultimi giorni non hanno risparmiato scuole, moschee, chiese e ospedali, alimentando un’indignazione che travalica le piazze arabe e minaccia di trascinare con sé i progetti per il «nuovo ordine mondiale» invocato da Joe Biden.

Durante un discorso dallo Studio ovale della Casa bianca, al rientro dal suo viaggio in Medio Oriente, Biden ha voluto ribadire il sostegno a Ucraina, Taiwan e Israele, annunciando la richiesta di altri 100 miliardi di dollari in aiuti militari, mentre per la popolazione palestinese arriveranno aiuti da 100 milioni di dollari. «La leadership americana è ciò che tiene insieme il mondo», ha detto nel suo discorso.

Sabato 21 ottobre, a due settimane dall’inizio della guerra a Gaza sono arrivati i primi aiuti umanitari. Nell’enclave sottoposta a un blocco da 16 anni, quando cioè Hamas ha preso il potere, sono entrati 20 camion di aiuti rispetto ai circa 500 che prima vi entravano ogni giorno. Secondo le Nazioni Unite, prima della guerra già 1,2 milioni di persone facevano ricorso a aiuti alimentari. Nello stesso giorno, i leader dei paesi arabi si sono riuniti al Cairo per il “Vertice della pace” organizzato dal presidente egiziano al-Sisi, senza però trovare un’intesa per il comunicato finale. Al summit era presente anche Giorgia Meloni, che ha accusato Hamas di usare il terrorismo «per impedire qualsiasi dialogo e qualsiasi prospettiva di arrivare, anche per il popolo palestinese, a una soluzione concreta».

Il conflitto non ha solo avuto ripercussioni nei rapporti tra Israele e i paesi arabi, bloccando di colpo la normalizzazione con l’Arabia Saudita. Anche in Occidente, l’attacco di Hamas e gli intensi bombardamenti su Gaza hanno aperto crepe all’interno dell’opinione pubblica e anche nelle cancellerie.

Punto di rottura
Negli Stati Uniti l’attacco di Hamas ha generato un’ondata di sostegno per Israele, con forti divari tra le fasce d’età. Secondo un sondaggio condotto da Cnn, l’81 percento di chi ha 65 anni o più (il 70 percento in generale) ritiene che la risposta dello Stato ebraico sia pienamente giustificata. Una percentuale che scende al 27 percento nei giovani di età compresa tra 18 e i 34 anni. Un malcontento che ha trovato spazio in un sit-in nella sede del congresso organizzato dall’ong ebraica Jewish Voice for Peace, che si è scagliata contro il «genocidio» promosso da Israele. L’accusa, rilanciata anche da accademici appartenenti alla sinistra ebraica, riguarda in particolare le parole del ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant, che il 9 ottobre ha annunciato «l’assedio completo» a Gaza, con la cessazione delle forniture di elettricità, alimenti, acqua e carburante. «Stiamo combattendo animali umani e agiremo di conseguenza», aveva detto il ministro.

La risposta israeliana, e il sostegno dato da Washington, hanno alimentato tensioni anche nelle istituzioni statunitensi. Secondo quanto riporta Huffington Post, dopo le dimissioni di un funzionario, diversi dipendenti del dipartimento di Stato stanno preparando un documento da diffondere tramite il cosiddetto “canale di dissenso”, creato durante la guerra in Vietnam e utilizzato da allora per segnalare ai vertici forti divisioni all’interno dell’agenzia.

Anche in Europa la risposta della commissione europea ha suscitato aspre critiche. La scorsa settimana 842 dipendenti delle istituzioni europee hanno scritto una lettera alla presidente Ursula von der Leyen per contestare la posizione da lei assunta sulla guerra. Secondo i firmatari, le istituzioni europee «non possono considerare il blocco (di acqua e carburante) operato dalla Russia nei confronti del popolo ucraino come un atto di terrore mentre l’identico atto di Israele contro il popolo di Gaza viene completamente ignorato», una «dimostrazione evidente» dell’applicazione di «due pesi e due misure».

Una preoccupazione condivisa da diversi diplomatici occidentali i quali, secondo quanto riporta il Financial Times, temono che il sostegno all’offensiva israeliana stia danneggiando gli sforzi per contrastare la Russia e l’invasione dell’Ucraina. «Abbiamo definitivamente perso la battaglia nel Sud del mondo«, le parole, citate dal quotidiano, di un diplomatico di un Paese membro del G7. «Ciò che abbiamo detto sull’Ucraina deve valere per Gaza. Altrimenti perderemo tutta la nostra credibilità», ha aggiunto. «I brasiliani, i sudafricani, gli indonesiani: perché mai dovrebbero credere a quello che diciamo sui diritti umani?».

Share:

Facebook
Twitter
Pinterest
LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

On Key

Related Posts