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L’allarme dell’Onu: non stiamo facendo abbastanza per salvare il Pianeta

Bocciati. Gli sforzi fatti finora dagli Stati per contrastare i cambiamenti climatici, riducendo le emissioni dannose, sono troppo timidi. A certificarlo in un recente rapporto è l’Onu. I piani nazionali di azione sul clima rimangono insufficienti per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi centigradi e raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi.

La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) ha analizzato i Contributi determinati a livello nazionale (Ndc) – ovvero i piani nazionali non vincolanti che indicano le azioni per ridurre i gas serra – di 195 Paesi che hanno siglato l’accordo di Parigi e ha osservato che gli Ndc non stanno ancora dimostrando la rapida tendenza al ribasso che la scienza ritiene necessaria in questo decennio.

«I governi stanno facendo piccoli passi», ha affermato Simon Stiell, segretario esecutivo dell’Onu sui cambiamenti climatici. Ne occorrono, però, di «coraggiosi per rimettersi in carreggiata». Il tutto mentre proprio in questi giorni a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, si apre la Cop 28, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, in programma dal 30 novembre al 12 dicembre 2023.

Invertire la rotta. Ora
Ridurre le emissioni di gas serra e contenere l’aumento della temperatura è necessario se vogliamo evitare che fenomeni estremi legati al cambiamento climatico come siccità, ondate di caldo e gravi precipitazioni diventino sempre più frequenti. «I piccoli interventi non basteranno a salvarci», ha affermato il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres.

Secondo il rapporto dell’Onu, le emissioni non aumenteranno più dopo il 2030, rispetto ai livelli del 2019. Ma non basta. L’ultimo studio degli esperti dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) chiede infatti una drastica diminuzione del 43% delle emissioni globali di CO2 entro la fine del decennio rispetto alla quota del 2019, per mantenere il riscaldamento globale entro la soglia critica di 1,5 gradi.

Secondo il report delle Nazioni Unite, anche se verranno implementati i piani di riduzione resi disponibili e aggiornati finora, le emissioni continueranno ad aumentare di circa l’8,8% rispetto ai livelli del 2010. Un miglioramento rispetto al 10,6% individuato nel rapporto del 2022, ma limitato e insufficiente.

Una buona notizia sembra esserci. I modelli scientifici confermano che entro il 2030 le emissioni saranno inferiori del 2% rispetto ai livelli del 2019, evidenziando che il picco delle emissioni globali avverrà entro questo decennio.

Ma, come accennavamo, non basta. Perché secondo l’Ipcc, le emissioni dovranno raggiungere il picco entro il 2025. E questo non solo se ci si pone l’obiettivo di restare sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale rispetto ai livelli preindustriali, ma anche per restare sotto i due gradi.

Per raggiungere il picco prima della fine del decennio, secondo il rapporto «è necessario implementare gli elementi condizionali degli Ndc, che dipendono principalmente dall’accesso a maggiori risorse finanziarie, dal trasferimento delle tecnologie, dalla cooperazione tecnica e dalla disponibilità di meccanismi basati sul mercato».

Studi affermano che nel 2030 potrebbero essere emesse circa 22 miliardi di tonnellate di anidride carbonica in più rispetto al livello massimo necessario per mantenere le temperature globali al di sotto del limite di 1,5 gradi. Bisogna dunque trovare il modo di tagliare 22 miliardi di tonnellate di CO2, l’equivalente delle emissioni combinate dei cinque peggiori inquinatori di carbonio del mondo: Cina, Stati Uniti, India, Russia e Giappone.

Un obiettivo che sarà possibile raggiungere anche attraverso la riduzione o la cessazione degli investimenti nell’industria fossile. Un tema chiave resta dunque la decarbonizzazione, considerando che i combustibili fossili producono ancora l’80% dell’energia mondiale.

I progressi da fare sono molti, visto che solo sette Paesi nei loro Ndc fanno riferimento esplicito all’eliminazione dei sussidi pubblici per gas e petrolio. Per contro, il rapporto del Programma Onu per l’ambiente (Pnema) mette in luce come – su 151 Paesi esaminati – i piani dei governi avrebbero implicato un aumento della produzione di petrolio e gas nei prossimi sette anni del 110% in più di quanto consigliabile per mantenere la temperatura entro gli 1,5 gradi. Una strada esattamente opposta a quella che sarebbe auspicato e doveroso intraprendere, tagliando il contributo del 75% nel 2050 rispetto ai livelli del 2020.

Tutte questioni al centro del vertice Onu sul clima in corso a Dubai. La Cop 28 deve «segnare un chiaro punto di svolta. I governi non solo devono decidere di intraprendere azioni più incisive. Hanno il dovere di mostrare in modo chiaro come intendono implementarle», ha rimarcato Stiell. Il rapporto dell’Onu «sottolinea la necessità di agire con maggiore ambizione e urgenza per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Non c’è tempo per ritardi», ha affermato Sultan Al Jaber, presidente designato della Cop 28.

Vertice chiave
Proprio la scelta di tenere il summit negli Emirati, settimo produttore al mondo di petrolio e il quinto per riserve di gas, ha fatto storcere il naso a molti e creato qualche tensione politica, così come il ruolo dello stesso Al Jaber, presidente del vertice, e al tempo stesso amministratore delegato della compagnia petrolifera nazionale.

Al di là delle polemiche, la Conferenza sul clima di quest’anno, ancor più che in passato, rappresenta un’opportunità fondamentale per far fronte alla crisi climatica. Al summit parteciperanno più di 200 nazioni, in totale 70.000 persone, insieme a Ong ambientaliste, think tank e imprese, impegnate a riorganizzare l’agenda globale sul clima. Bisogna invertire la rotta, prima che sia troppo tardi. Secondo alcuni scienziati, continuando così, si andrebbe verso un riscaldamento globale di ben +2,5 gradi nel 2100. Con conseguenze disastrose. La Cop 28, spiegano molti esperti, potrebbe essere l’ultima occasione per mantenere l’obiettivo di +1,5 gradi fissato a Parigi.

Tra i temi chiave del vertice ci sarà il fondo di 100 miliardi di dollari che gli Stati più ricchi dovrebbero garantire ai Paesi più poveri e in via di sviluppo, vale a dire quella parte di mondo che meno incide sulle emissioni dannose, ma che subisce maggiormente le perdite causate dalla crisi climatica. E soprattutto durante la Cop di Dubai si chiuderà il bilancio globale dei progressi fatti verso gli impegni di Parigi, il cosiddetto “Global Stocktake” (GST). Si tratta del primo resoconto dell’impatto delle azioni per il clima adottate dai Paesi membri dell’Unfccc, che include anche una verifica della loro validità per raggiungere gli obiettivi.

«Il rapporto “Global Stocktake” mostra chiaramente dove i progressi sono troppo lenti. Ma illustra anche la vasta gamma di soluzioni proposte dai Paesi. Miliardi di persone – ha commentato Stiell – si aspettano di vedere i loro governi raccogliere questi strumenti e metterli in pratica». Le prossime settimane saranno decisive.

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