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Ecco quanto ci costa la crisi climatica (e come risparmiare)

La tempesta Ciaran ha messo in ginocchio l’Europa a inizio novembre, comprese molte regioni italiane. Le violente piogge e raffiche di vento che ci sono state dimostrano ancora una volta come la crisi climatica stia accelerando il passo con eventi meteorologici estremi sempre più intensi che causano prima di tutto vittime, oltre ai danni ingenti all’ambiente e alle infrastrutture. L’Italia è sempre più a rischio, per il tipo di territorio e il folle consumo di suolo. 

Eppure si interviene sempre in emergenza. «Il Paese si trova nel cosiddetto “hot spot mediterraneo”, un’area particolarmente vulnerabile al cambiamento climatico, che sta determinando un aumento della frequenza delle piogge intense, e quindi delle colate rapide di fango e detrito», spiega a TPI il prefetto Stefano Laporta, presidente dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra).

«Inoltre, l’innalzamento di temperatura, associato a periodi prolungati di siccità, determina condizioni più favorevoli alla propagazione degli incendi, che rendono il suolo vulnerabile a frane superficiali. Non possiamo più parlare di “eventi straordinari”, perché questi fenomeni si stanno rapidamente affermando come una nuova normalità”». In proposito, il prefetto riporta anche dei dati sul Dissesto idrogeologico in Italia: il 94% dei comuni italiani (7.423) è a rischio frane e alluvioni o erosione costiera, 1,3 milioni di abitanti a rischio frane e 6,8 milioni di abitanti a rischio alluvioni, e le regioni con i valori più elevati di popolazione vulnerabile per questi eventi sono Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Veneto, Lombardia e Liguria.

Considerato questo scenario quali interventi di adattamento al clima e al dissesto idrogeologico sono previsti? «È opportuno chiarire che la messa in sicurezza del territorio, intesa come raggiungimento del rischio zero, non è uno scenario realistico», precisa Laporta. «Quelli a cui si può ragionevolmente fare riferimento sono gli interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico, vale a dire una riduzione degli effetti compatibile con le caratteristiche locali di pericolosità e degli elementi locali esposti».

«Nei Piani di Gestione del Rischio di Alluvioni – aggiunge – sono previste alcune misure “integrate”, che riguardano la gestione dei sedimenti e che, oltre ad avere una funzione benefica sulla riduzione del rischio di alluvioni, migliorando la capacità di drenaggio delle superfici, la resistenza all’erosione, la stabilità dei versanti, tutelano la biodiversità e i servizi ecosistemici e riducono la vulnerabilità ambientale e sociale ai cambiamenti climatici». 

Un prezzo elevato
Tra il 1980 e il 2022, gli eventi meteorologici estremi hanno causato perdite economiche di beni stimate in 650 miliardi di euro negli Stati membri dell’Unione europea, di cui 52,3 miliardi di euro solo lo scorso anno. Ma considerato che si prevede che gli eventi estremi legati al clima diventeranno più frequenti e gravi in tutto il mondo, ciò potrebbe colpire più settori e causare fallimenti sistemici in tutta Europa, con conseguenti maggiori perdite economiche. Sebbene ci siano buone notizie che mostrano che il miglioramento degli allarmi e della gestione delle catastrofi abbia ridotto il numero di vite perse, come dimostra un rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), non si può sfuggire all’enorme costo umano e ambientale della crisi climatica e all’impatto che sta avendo sui mezzi di sussistenza e sulle imprese.

La mancata mitigazione del cambiamento climatico è classificata come una delle principali minacce nel Global Risks Report 2023 del World Economic Forum, con il 70% degli intervistati che valuta le misure esistenti per prevenire o prepararsi al cambiamento climatico come “inefficaci” o “altamente inefficaci”. Secondo l’Omm, il costo dei danni provocati dai disastri naturali tra il 1970-2021 in Europa è stato di 562 miliardi di dollari in perdite economiche, con l’8% delle morti per catastrofi globali. Gli eventi di frana e di inondazione che si sono verificati nello specifico in Italia negli ultimi 50 anni hanno causato oltre 1.600 morti con danni stimati tra 1 e 3 miliardi di euro l’anno.

I vantaggi di intervenire per tempo
Le inondazioni dei fiumi sono una delle principali cause di danni in Europa. Le perdite sono aumentate nel tempo, principalmente per la crescita della popolazione e dello sviluppo economico su terreni soggetti a inondazioni, che hanno comportato un forte aumento dell’esposizione e una perdita di capacità di stoccaggio naturale. Il rischio di alluvioni fluviali potrebbe peggiorare a causa del riscaldamento globale e del continuo sviluppo delle aree soggette a inondazioni, servono quindi strategie di adattamento efficaci.

Secondo uno studio pubblicato su Nature, diminuire i picchi delle inondazioni utilizzando le aree di ritenzione fluviale (o bacini) lungo i canali dei fiumi, progettate per trattenere temporaneamente i volumi delle acque alluvionali, riducendo e ritardando così i picchi di flusso durante eventi estremi, è l’opzione economicamente più interessante. Perché in uno scenario senza mitigazione del clima – con un riscaldamento globale di 3°C – possono ridurre le perdite previste dalle inondazioni in Europa entro il 2100 da 44 miliardi a 8 miliardi di euro all’anno e diminuire la popolazione esposta dell’84%. Il potenziale di riduzione del rischio derivante dal rafforzamento degli argini è leggermente inferiore, pari al 70% per un investimento annuale comparabile.

Invece l’implementazione di misure di protezione dalle inondazioni e di ricollocazione basate sugli edifici risulta meno vantaggiosa in termini economici ma può ridurre gli impatti in aree localizzate.

«Il grande evento dell’Emilia Romagna dell’anno scorso era previsto», sostiene Paola Salvati ricercatrice dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irpi). «Il problema è che non tutti i fenomeni vengono captati perché gli eventi che stanno avvenendo con più frequenza portano a piogge localizzate molto intense difficili da pronosticare. Quindi non si fa in tempo a mettere in campo le adeguate misure da adottare». 

«Ciò che è importante – prosegue – è la comunicazione ai cittadini che ne pagano le maggiori conseguenze perché per riparare i danni degli edifici pubblici esistono delle linee di sovvenzione mentre il cittadino che vuole rientrare nella sua casa danneggiata dalle alluvioni deve metterci i propri soldi. Quindi, considerato che in Italia la maggior parte dei Comuni sono a rischio sismico o idrogeologico, quello che io suggerisco a chi vive in queste aree è di munirsi di un’assicurazione per i rischi naturali. Ci deve essere una consapevolizzazione del cittadino».

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