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Può quest’uomo salvare l’Europa?

«Ce qui n’est pas clair n’est pas en français», cita il celebre detto del giornalista francese vissuto nel XVIII secolo Antoine de Rivaroli. E l’estro con cui il presidente francese Emmanuel Macron ha tenuto il suo ultimo, lungo discorso alla Sorbona conferma come oggi l’inquilino dell’Eliseo sia forse la figura politica più attagliata per rappresentare il Vecchio Continente, ergendosi a portavoce dei suoi valori universali. 

A sette anni dal suo discorso d’insediamento, il 25 aprile scorso Macron ha parlato per oltre due ore del futuro di Francia e Europa, due entità indissolubili secondo la visione gollista per cui, come scriveva Alberto Ronchey, «la politica interna francese non ha altro scopo che servire i fini supremi della politica estera, intesi come prestigio e potenza formali». 

Tre minacce
Se il tema della sovranità europea è rimasto centrale dal 2017 per Macron, le note ottimiste che coloravano i suoi primi discorsi, in cui si annunciava un futuro brillante e un’agenda europea ambiziosa, questa volta hanno assunto toni più gravi e solenni, per non dire apocalittici.

«Non esagero dicendo che è a rischio il futuro stesso della civiltà europea se non verranno prese decisioni immediate per prepararci ai prossimi cinque o dieci anni», ha detto il presidente francese, sostenendo che l’Europa è minacciata su tre fronti: quello della sicurezza per la Russia, quello della crescita per via del crescente protezionismo cinese e americano e quello dei valori fondamentali dell’umanesimo a causa della diffusione dell’odio online e dei nazionalismi emergenti. 

Secondo Macron, la posta in gioco è la sopravvivenza dell’Europa come garante della sicurezza, della prosperità e dell’ordine democratico liberale dei suoi Stati membri, e nel programma delineato il presidente francese ha auspicato maggiori investimenti nella difesa e nell’innovazione, con meno regolamentazioni e nuove normative sulla competizione. 

Macron ha inoltre sottolineato il ruolo dell’Europa, sì, come partner degli Stati Uniti, ma anche come loro competitor, facendo notare come l’Ue «non dovrebbe essere vassallo degli Stati Uniti» e che «l’Europa non è solo una parte dell’Occidente, ma un continente-mondo su cui riflette la propria universalità». 

Quella proposta da Macron non è una visione nuova dell’Europa, ma il messaggio centrale del suo discorso sta nel senso di urgenza dei suoi toni, anche in vista delle imminenti elezioni europee. «La nostra Europa è mortale», ha detto. «Può morire, e dipende tutto dalle nostre scelte». 

Macron ha sollecita l’Ue a mettere da parte il suo atteggiamento naïve e a correre più rischi: «Il mondo è diventato un posto competitivo e spietato, e l’Ue è l’unica potenza che gioca ancora seguendo le regole». 

Il capo della Repubblica francese ha ricordato come i giorni in cui l’Europa acquistava la sua energia dalla Russia, delocalizzando le proprie imprese in Cina, e appoggiandosi agli Stati Uniti per la propria sicurezza siano finiti; l’ordine globale non esiste più e non c’è ancora qualcosa che l’abbia rimpiazzato.

Il Vecchio Continente, dunque, non ha scelta: «Dobbiamo iniziare a proteggerci», ha proseguito. «Le regole del gioco sono cambiate, e il fatto che la guerra sia tornata ad affacciarsi sul suolo europeo, e che questa sia condotta da una potenza nucleare, cambia tutto». 

Il triplice effetto shock che minaccia l’Europa per Macron è interconnesso e rappresenta un momento particolarmente pericoloso per la storia del continente. Il primo è geopolitico, con l’espansionismo della Russia di Vladimir Putin e il futuro appoggio degli Stati Uniti sempre più incerto: «Siamo alle soglie di un cambiamento geopolitico epocale, in cui l’industria della difesa svolgerà un ruolo chiave. Dobbiamo rispondere con forza e rapidità», ha avvertito il presidente l’11 aprile, in occasione dell’inaugurazione dell’azienda chimica produttrice di esplosivi, eliche e carburanti militari Eurenco a Bergarac, nel sud della Francia.

Il nuovo impianto pubblico, dove verrà riallocata la produzione di polvere da sparo per l’artiglieria da Svezia, Germania e Italia, ha un valore altamente simbolico: bisogna rafforzare la cooperazione sulla difesa, anche con il Regno Unito post-Brexit a partire dai trattati di Lancaster House. 

Falco
Macron, che un tempo si preoccupava di non «umiliare» Mosca, ora è uno dei più falchi più schietti in Europa. Parlando della guerra in Ucraina a Praga a inizio marzo ha affermato che non è il momento di «essere codardi» e non ha escluso l’invio truppe sul terreno. «Se i russi dovessero sfondare le linee del fronte, e ci fosse una richiesta di intervento da parte dell’Ucraina, sarebbe una questione legittima da porsi», ha detto, aggiungendo che la Francia ha inviato il suo esercito nel Sahel su richiesta dei governi locali. 

Le sue dichiarazioni hanno provocato sgomento in Germania e una risposta secca del cancelliere federale Olaf Scholz, ma per Macron si tratta delle «basi fondamentali» su cui poggiano la sicurezza e la credibilità dell’Europa. Con l’obiettivo di consolidare l’assetto dell’Europa a lungo termine, Macron sta raccogliendo le idee per un nuovo quadro normativo europeo vincolante sulla sicurezza, sollevando le critiche di molti atlantisti europei che dimostrano poca fiducia verso le intenzioni della Francia, accusandola di utilizzare le sue visioni di “granduer” per minare la Nato e far avanzare la propria industria bellica (il governo francese ha iniettato nuova linfa a 4mila aziende per la difesa e una dozzina di grandi gruppi commerciali). 

Ma lo stesso Macron che nel 2019 parlava a The Economist di «morte cerebrale» della Nato, oggi dichiara che «rinunciare alla Nato è fuori discussione». Secondo il presidente, i rischi legati alla sicurezza dell’Europa possono essere mitigati attraverso un’iniziativa sulla difesa missilistica e un miglioramento delle capacità informatiche, sostenute da una vera e propria «economia di guerra», con una produzione militare di alto livello e una forte produzione hi-tech finanziate dalla Banca Europea per gli Investimenti e da schemi di mutualizzazione del debito europeo. 

L’espressione «economia di guerra» era sparita dalla Francia dalla Prima guerra mondiale, quando fu mobilitata l’intera nazione – incluse le donne nelle fabbriche – per approvvigionare l’esercito nella guerra totale con i tedeschi. Il termine è stato riportato in vita da Macron nel giugno 2022 durante la fiera internazionale per la difesa Eurostatory, quattro mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina. «Un’economia», disse allora, «in cui dovremo muoverci più rapidamente, rivedendo i ritmi, gli incrementi e i margini di produzione» per fabbricare gli equipaggiamenti essenziali alla Francia e ai suoi alleati. 

Industriarsi
Allo stesso modo, il secondo rischio per l’Europa secondo Macron – che prima di scendere in politica lavorava come consulente finanziario – riguarda il doppio shock economico legato all’accelerazione tecnologica e alla Cina, a cui bisogna opporre una nuova politica industriale, con target di produzione e incentivi ad acquistare prodotti “Made in Ue” in settori strategici come la difesa, la tecnologia green, le materie prime, i semiconduttori, la tecnologia quantistica e la salute.

Mentre Cina e Stati Uniti hanno incrementato in maniera massiccia i sussidi alle proprie industrie, Macron insiste sul fatto che l’Europa non sia abbastanza protezionista, sottolineando che gli europei devono aumentare la propria produzione industriale per restare competitivi, anche se questa può riflettersi in una distribuzione «iniqua» dei sussidi per i Paesi o le industrie dell’Unione. 

Il leader di Parigi ha fatto capire che l’Ue è entrata in un nuovo mondo in cui le materie prime sono maggiormente vincolate, i minerali critici sono governati dalla geopolitica, la transizione ecologica è sempre più urgente e né la Cina né gli Stati Uniti rispettano le regole del libero mercato. E sul piano politico, ha deplorato il fatto che gli europei stiano soccombendo sempre più alle lotte culturali d’importazione. «Più le nostre politiche saranno ispirate da narrative prodotte altrove, meno saremo attrezzati a plasmare il proprio futuro», ha detto. 

Umanesimo
La minaccia finale all’Europa riguarda la democrazia, con la ricomparsa dei nazionalismi sospinti dalla disinformazione e dalle cosiddette “camere d’eco”. Per Macron, uno dei modi migliori per comprendere il rischio all’orizzonte è rileggere Marc Bloch, lo storico francese giustiziato dalla Gestapo. 

Ne “La Strana Disfatta”, Bloch sostiene che le élites agevolarono la caduta della Francia in mano ai nazisti nel 1940 con la loro miopia e compiacenza. «Ciò che mi tormenta, in Francia come in Europa, è lo spirito di sconfitta», ha dichiarato il presidente. «Questo spirito di sconfitta ha due caratteristiche: che ci si abitua, e si smette di lottare». È questo il pericolo: le élites danno per inevitabili i risultati, e poi si rassegnano ad essi. «La politica non è saper leggere i sondaggi,” ha aggiunto il presidente. «È lotta. Riguarda le idee, e il rispetto dello Stato di diritto». 

Il capo di Stato francese ha concluso il suo discorso difendendo «l’umanesimo europeo». «Essere europei», ha detto, «non significa semplicemente abitare una terra che va dal Baltico al Mediterraneo o dall’Atlantico al Mar Nero, significa difendere una certa idea dell’uomo che pone l’individuo libero, razionale e illuminato al di sopra a tutto». 

Macron ha poi concluso il suo appello all’Europa accusando i nazionalisti di voler restare nell’«edificio» dell’Unione senza «pagare l’affitto» né «rispettare le regole di co-proprietà». 

In termini pratici il suo discorso pone le basi per un’agenda politica europea, che verrà rinnovata per i prossimi cinque anni dopo le elezioni che si terranno a giugno. 

I detrattori del presidente hanno declassato il suo discorso a pura propaganda elettorale, in un momento in cui il suo partito politico, Renaissance, non naviga in buone acque. Tuttavia, dal tono grave delle sue parole e dalle profondità dei solchi sulla sua fronte accigliata, la sensazione trasmessa dal discorso di Macron è che si trattasse non solo della sua eredità politica, ma anche di quella morale.

Dalle elezioni del 2017 l’Europa è sempre stata al centro del suo progetto politico. È un tema su cui lui – insieme alla pandemia e l’aggressione russa – può sostenere di aver lasciato il segno, aiutando il continente ad agire con più determinazione. 

Nel 2027, il leader 46enne non potrà partecipare alle elezioni presidenziali per un terzo mandato, ma nell’Europa d’oggi Macron sembra essere l’unico leader capace di formulare un discorso ambizioso e comprensibile. Ha gettato le basi per la prossima agenda europea, sapendo che non otterrà tutto ciò che desidera. Anzi. In un certo senso, sta colmando il ruolo tradizionale della Francia in Europa nel senso più gollista, fornendo idee e irritando molte persone.

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