Il Patto della Mecca cambia gli equilibri in Medio Oriente. Ma l’Europa resta in panchina

Nei progetti di una possibile diramazione del corridoio economico India-Medio Oriente-Europa, noto come Imec, l’Europa è il punto di arrivo. È il mercato a cui guardano le merci, l’energia e gli investimenti in partenza dal Golfo. Non è, però, il luogo da cui parte l’iniziativa politica. La sicurezza necessaria a rendere praticabili quelle rotte viene discussa a Riad, Ankara e Islamabad. A Bruxelles rimane il compito di valutare gli effetti di decisioni che altri hanno già iniziato a prendere. È questa, prima ancora della portata militare del nuovo accordo fra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, la fotografia della debolezza europea. Il Patto della Mecca non crea un blocco in grado di sostituire gli Stati Uniti e non va scambiato per una nuova Alleanza atlantica. L’intesa prevede una difesa reciproca, ma non dispone di comando integrato, forze comuni o pianificazione condivisa. I suoi limiti sono evidenti. Eppure, mentre l’Unione europea discute, tre potenze regionali provano a costruire strumenti politici, militari e infrastrutturali per ridurre la propria dipendenza da Washington.

Un problema politico
Il punto decisivo, osserva a TPI Claudio Bertolotti, direttore di ricerca di Start InSight, sarà capire se le dichiarazioni si trasformeranno in capacità reale: «Il vero test sarà la capacità di trasformare la solidarietà politica in automatismo operativo». Senza comando comune, interoperabilità, intelligence condivisa e volontà di intervenire, il Patto resterà infatti una deterrenza dichiarata più che un’alleanza effettiva. Per l’Europa, tuttavia, non conta soltanto ciò che il Patto è oggi. Conta soprattutto il processo che ha messo in moto. Dopo la pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina e le crisi che hanno investito il Mar Rosso e il Golfo, le rotte commerciali sono diventate un terreno di competizione strategica. Proteggere un porto, un oleodotto o un collegamento ferroviario non significa più soltanto garantire il passaggio delle merci: significa stabilire chi può decidere i tempi, i costi e le condizioni della connettività fra Asia, Medio Oriente ed Europa. È qui che l’Unione europea sembra rimasta in panchina. Non perché potrebbe realisticamente sostituirsi agli Stati Uniti con una presenza militare permanente nello Stretto di Hormuz o nel Mar Rosso. Le risorse non bastano e la guerra russa ha reso il fianco orientale la priorità della sicurezza continentale. Il problema è politico. L’unanimità nella politica estera e di sicurezza rende difficile trasformare il mercato europeo, la finanza, la tecnologia e gli standard comuni in una posizione negoziale comune. Di fronte a un nuovo assetto regionale, l’Europa resta un insieme di capitali con interessi diversi, non un attore capace di proporre una propria architettura.
Alberto Rizzi, policy fellow dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), invita a non confondere questa paralisi con l’irrilevanza assoluta. «Il potere negoziale europeo resta significativo quando si presenta un fronte comune come nel caso di Imec», spiega a TPI. «L’Ue è un ampio mercato di sbocco per tutti gli altri partecipanti ma occorre anche andare incontro ad alcune richieste dei partner per procedere efficacemente». La condizione è, però, esattamente quella che oggi manca: un fronte comune. Se l’Unione non riesce a costruirlo, la sua centralità economica non si traduce in influenza sulle rotte e sulle loro garanzie di sicurezza. 

Il prezzo della paralisi
Per l’Italia il costo è diretto. Hormuz e Suez non sono luoghi remoti: sono passaggi obbligati per petrolio, gas, fertilizzanti, container e beni intermedi. Attraverso Hormuz transita circa un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio; nel 2023 Suez ha movimentato circa il 22 per cento del commercio globale di container. Quando una rotta diventa insicura, aumentano i tempi di consegna, i noli e i premi assicurativi. Poi l’aumento attraversa le filiere produttive e arriva ai consumatori. Per un Paese manifatturiero e marittimo come l’Italia, la questione riguarda insieme le bollette, la competitività delle imprese e la funzione dei porti. Più le alternative a Suez e Hormuz vengono elaborate senza una presenza politica europea, più Roma rischia di scoprire tardi di essere il terminale di corridoi progettati altrove. Il Mediterraneo può tornare centrale solo se l’Italia e l’Unione partecipano a definire le infrastrutture e le condizioni della loro sicurezza.
«Negli ultimi sei anni, dalla pandemia alla guerra degli Usa contro l’Iran, l’Europa sta vivendo una continua crisi di vulnerabilità degli approvvigionamenti energetici, oltre che di diverse catene del valore e di costi associati al commercio marittimo», afferma Rizzi. «La priorità chiara per la sicurezza economica europea è quella di contenere tali rischi e tutte le iniziative infrastrutturali come Imec che riducono la dipendenza da specifici colli di bottiglia hanno un enorme valore strategico».

Opzioni percorribili
Il Patto della Mecca si inserisce precisamente in questa ricerca di alternative. «Da un lato il Patto della Mecca rende gli attori regionali maggiormente responsabili nella sicurezza delle rotte che li attraversano e rinforza le prospettive di una diramazione di Imec che dall’Arabia Saudita raggiunga la Turchia attraverso Giordania e Siria», sostiene Rizzi. È una possibilità, non un’opera finanziata né un tracciato concordato. Ma segnala come l’Arabia Saudita e la Turchia intendano usare la sicurezza per rafforzare la propria posizione sulle vie della connettività.
Rizzi non ritiene inevitabile che l’Europa debba accettare le condizioni stabilite dagli altri. «Non vedo necessariamente un pericolo per l’Europa di dover sottostare a condizioni altrui per l’accesso a determinate rotte», afferma. Una proiezione militare europea stabile nella regione sarebbe comunque difficilmente sostenibile, considerando gli asset disponibili e l’urgenza della minaccia russa. Ma proprio per questo l’Unione dovrebbe investire la propria leva economica e diplomatica nei corridoi che la collegano al Golfo, invece di limitarsi a reagire quando una crisi ne aumenta i costi. È qui che l’autonomia strategica smette di essere uno slogan. Non richiede di imitare le potenze regionali né di costruire una flotta alternativa a quella statunitense. Richiede di mettere in comune interessi, investimenti e relazioni con i Paesi che oggi ridisegnano la connettività fra India, Golfo e Mediterraneo. Finché questa capacità non esiste, l’Unione resta esposta alle decisioni altrui anche quando dispone di un forte potere economico.

Gli effetti del disimpegno Usa
Il Patto nasce anche dall’incertezza sul garante tradizionale dell’ordine regionale. Paolo Foradori, professore associato di Scienza politica presso la Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento e già consigliere politico nelle missioni dell’Unione europea in Iraq e Libia tra il 2019 e il 2024, individua nella perdita di credibilità degli Stati Uniti una chiave essenziale per interpretare l’accordo. «Il Patto della Mecca resta, almeno per il momento, una forma di assicurazione supplementare, non un’alternativa completa agli Stati Uniti, che rimangono il principale security provider della regione». Tuttavia, aggiunge, la sua nascita «dimostra quanto la fiducia in Washington si sia indebolita». La stessa incertezza riguarda l’Europa, dove la solidità dell’impegno statunitense e dell’Articolo 5 dell’Alleanza atlantica è ormai oggetto di discussione. Per Foradori, l’imprevedibilità con cui Donald Trump ridisegna alleanze e rapporti di amicizia spinge i Paesi del Golfo e del Medio Oriente a prepararsi a un eventuale disimpegno americano. In questa prospettiva il Patto non segna la fine dell’ombrello statunitense, ma la sua insufficienza agli occhi di chi, fino a ieri, lo considerava indiscutibile. La Turchia è il Paese che sta cercando di sfruttare più apertamente questo spazio. La sua geografia la rende un passaggio fra Golfo, Levante, Mediterraneo, Mar Nero e Caucaso; la sua industria della difesa le offre una capacità di influenza che non dipende soltanto dalla diplomazia. «Il Patto della Mecca diventa così anche una leva negoziale verso Europa e Stati Uniti, coerente con le ambizioni turche nel Mediterraneo, in Medio Oriente e in Africa», osserva Bertolotti. Per Ankara, rimanere nella Nato e costruire rapporti di sicurezza esterni all’Alleanza atlantica non è una contraddizione: è una forma di ridondanza strategica.

Squilibri regionali
Questa crescente autonomia può complicare il consenso dentro l’Alleanza atlantica e, nel Mediterraneo, aumentare la distanza fra la capacità di iniziativa turca e quella europea. Ankara cerca di presentarsi come potenza indispensabile, in grado di sedere contemporaneamente ai tavoli del Golfo, della Siria, del Nord Africa e della Nato. L’Europa, che di quei tavoli subisce spesso le conseguenze economiche e migratorie, non ha ancora un disegno paragonabile.
Le contraddizioni del Patto non mancano. Un eventuale allargamento all’Egitto renderebbe l’intesa più estesa, ma non cancellerebbe priorità molto diverse: l’Arabia Saudita guarda al Golfo e allo Yemen, la Turchia alla Siria e al Mediterraneo orientale, il Pakistan all’India. Il rischio, rileva Rizzi, è «fomentare rivalità interne ai Paesi del Golfo consolidando schieramenti opposti». È una dinamica che rende più difficile l’interoperabilità indispensabile a porti, ferrovie, dogane e reti energetiche. Anche la presenza pakistana aggiunge una tensione specifica. Islamabad rafforza il profilo militare del Patto, ma difficilmente avrà interesse a proteggere una rotta che, dal punto di vista indiano, mira a «oltrepassare e escludere Islamabad dalla propria connettività», come osserva Rizzi. Una rete pensata per collegare India, Golfo ed Europa può offrire nuove opportunità, ma contiene anche il conflitto fra gli obiettivi strategici dei suoi partecipanti. C’è poi il nodo nucleare. Il Pakistan è l’unica potenza nucleare dichiarata del mondo musulmano e la sua presenza offre al Patto una forma di deterrenza ambigua. «La dimensione nucleare del Patto della Mecca rimane volutamente ambigua», spiega Foradori. Non esistono, tuttavia, una dottrina condivisa, procedure di consultazione, meccanismi di comando e controllo o una pianificazione congiunta che rendano l’accordo assimilabile alla condivisione nucleare della NATO. In altre parole, il Patto non è un ombrello atomico, ma introduce un’incertezza ulteriore nell’ordine di sicurezza del Medio Oriente. Per Foradori, «la presenza del Pakistan non trasforma quindi automaticamente il Patto in un’alleanza nucleare». Gli conferisce però «un’ambiguità deterrente» che può aumentarne il peso politico e, se nel tempo venisse istituzionalizzata, cambiare gli equilibri regionali. 

Le conseguenze sul continente
Anche per questo l’Europa non può trattare la nuova intesa come un fatto lontano: le sue implicazioni toccano il Golfo, il Mediterraneo e il fronte orientale dell’Unione, cioè gli spazi in cui Bruxelles rivendica da anni un’autonomia strategica mai davvero realizzata. I flussi migratori sono parte dello stesso problema, non un capitolo a parte. Il Patto non può aprire o chiudere da solo le rotte verso l’Italia. Può però spostare l’influenza in Siria, Yemen, Sudan e Corno d’Africa, dove guerre, crisi economiche e istituzioni fragili producono migrazioni forzate. Se l’Unione rinuncia a essere un attore politico in quei Paesi, a Roma resta la gestione delle conseguenze alle frontiere, con accordi emergenziali e risorse insufficienti.
Il Patto della Mecca non certifica la nascita di una nuova superpotenza regionale e non cancella il ruolo degli Stati Uniti. Mostra, però, qualcosa che per l’Europa è altrettanto significativo: mentre le potenze regionali costruiscono assicurazioni, corridoi e leve negoziali, Bruxelles rimane ostaggio dei veti e di una garanzia americana sempre meno certa. Per l’Italia il costo è immediato: rotte energetiche più esposte, minore influenza sulle crisi che alimentano i flussi e il rischio di ridurre il Mediterraneo al terminale delle strategie decise altrove.

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