Il Sultano dei due mondi: con il Patto della Mecca Erdogan proietta definitivamente la Turchia tra le potenze globali

In un mondo in cui le scelte si fanno sempre più radicali e non c’è spazio per le sfumature, c’è un Paese che ha deciso di stare nella Nato ma tenere un canale aperto con la Russia, di aiutare materialmente l’Ucraina senza sanzionare Mosca, di essere alleato degli Stati Uniti pur tenendo un dialogo con la Cina. E che, proprio il mese scorso, ha stretto insieme all’Arabia Saudita e al Pakistan un accordo di mutua assistenza militare che alcuni hanno già ribattezzato, non senza forzature, la “Nato islamica”. Quel Paese è la Turchia.

Posizione e visione strategica
Adagiata tra Asia ed Europa, tra Balcani, Caucaso e Medio Oriente, tra Mediterraneo e Mar Nero, la Turchia sfiora alcuni dei punti più caldi dello scacchiere geopolitico globale, una collocazione che sembra destinata al dialogo con più realtà e alla mediazione. Non si può tuttavia parlare solo di una vocazione naturale e omettere il ruolo giocato in questa partita dal suo presidente, Recep Tayyip Erdogan. Al potere dal 2003 (all’inizio come primo ministro, dal 2014 come capo dello Stato), il “Sultano”, come spesso la stampa ama chiamarlo, ha compreso con maggiore efficacia di altri che la fine della Guerra fredda poteva aprire alcuni spazi al di fuori dei blocchi monolitici che avevano caratterizzato i decenni precedenti, rifiutando l’idea di confinare il suo Paese in qualche organizzazione ma puntando sul fatto che fossero gli altri a guardare alla Turchia come un possibile partner. All’inizio, Erdogan sembrava guardare soprattutto in una direzione: l’Unione europea. Ankara aveva in corso da anni un processo di adesione molto complesso che il nuovo leader seguiva con grande attenzione, nonostante Erdogan fosse il secondo premier di ispirazione islamica della Turchia – dopo la breve e debole parentesi di Necmettin Erbakan tra il 1996 e il 1997 – e pur dovendo fronteggiare l’ampio scetticismo con cui una parte consistente dell’Europa guardava alla candidatura di un Paese così popoloso e con differenze culturali profonde, che avrebbe portato l’Unione a confinare con nazioni come l’Iran, l’Iraq e la Siria. Questo confine, come vedremo, è diventato fondamentale per la Turchia nel gestire il rapporto con Bruxelles, anche dopo il raffreddamento delle ambizioni europee. La freddezza dell’Unione e le oggettive difficoltà turche nell’adempiere ai criteri di adesione hanno fatto ben presto guardare Ankara altrove, pur senza mai ritirare la domanda di ingresso e continuando periodicamente ad affrontare l’argomento. Tale allontanamento si è reso evidente quando, nel 2016, Erdogan ha dovuto affrontare un tentativo di golpe fermato sul nascere, dopo il quale c’è stata una dura repressione che ha portato a migliaia di arresti in tutto il Paese di persone accusate di essere legate a Fethullah Gulen, ex alleato del presidente che viveva in esilio negli Stati Uniti e ritenuto dal governo turco la mente dietro il colpo di Stato.

Spinte verso l’autonomia
Se il processo di adesione a livello istituzionale si è congelato, questo non ha fermato il rapporto ad altri livelli, e la posizione geografica della Turchia ha giocato un ruolo cruciale nella gestione della crisi dei migranti. Con l’esplosione del conflitto in Siria e l’ascesa dell’Isis, milioni di persone hanno lasciato il Medio Oriente attraverso una rotta che prevedeva il passaggio dalla Turchia, raggiungendo poi i Balcani nella speranza di arrivare nel cuore dell’Europa. Per questa ragione, a partire dal 2014, Ue e Ankara hanno siglato diversi accordi (culminati nel 2016) che prevedevano ingenti finanziamenti alla Turchia affinché fermasse i flussi migratori provenienti dalla Siria. Ciò ha permesso a Erdogan di fare in più occasioni leva su Bruxelles, usando come arma la gestione dei movimenti migratori soprattutto verso le isole greche dell’Egeo e il confine lungo il fiume Evros. Ma questa spinta all’autonomia della Turchia non si vede solo verso l’Ue, ma anche verso la Nato, di cui invece Ankara è parte fin dal 1952, quando l’alleanza era agli albori. Se al tempo della Guerra fredda il Paese rappresentava un vero avamposto incuneato tra Patto di Varsavia e Medio Oriente, con la strategica base di Incirlik a ospitare testate nucleari americane, il crollo dell’URSS non ha consegnato certo Ankara all’irrilevanza. Ancora una volta, la posizione geografica si è rivelata uno snodo fondamentale che Erdogan ha cercato di utilizzare per promuovere una politica autonoma anche all’interno dell’alleanza. Tuttavia, il tentativo di perseguire questa autonomia ha contribuito anche a scontri interni alla Nato, come quando nel 2019 Ankara ha scelto di acquistare il sistema di difesa missilistica russo S-400, una decisione che Washington ha visto come una minaccia, tanto che, in risposta, ha immediatamente escluso la Turchia dal programma congiunto per la produzione dei caccia stealth F-35. Questo braccio di ferro potrebbe arrivare prossimamente a una soluzione, poiché la Turchia ha manifestato l’intenzione di cedere i suoi missili di produzione russa per rientrare nel programma per la realizzazione dei nuovi caccia.

Dal Mar Nero alla Cina
Il rapporto tra Erdogan e Putin non si limita però alla vendita di batterie missilistiche, ma è molto più complesso e geograficamente esteso. I due leader hanno sostenuto posizioni opposte in diversi conflitti, dalla Libia alla Siria fino al Nagorno Karabakh, vivendo anche momenti di alta tensione a partire dall’abbattimento di un aereo militare russo da parte di un caccia turco al confine turco-siriano nel 2015. Nonostante questo, i due leader hanno sempre saputo trovare un canale di comunicazione diretto. La guerra in Ucraina è molto significativa in questo senso: la Turchia, infatti, è l’unico Paese Nato a non essersi unito alle sanzioni contro la Russia, ma ha comunque offerto a Kiev un sostegno militare decisivo soprattutto nelle fasi iniziali della guerra, a partire dalla fornitura dei droni Bayraktar Tb2, ritenuti tra i fiori all’occhiello dell’industria bellica turca. Al tempo stesso, Ankara ha cercato in più occasioni di porsi come potenziale mediatore del conflitto, ospitando diversi incontri a riguardo. Disporre del secondo esercito per dimensioni nella Nato, alle spalle degli Stati Uniti, è sicuramente qualcosa che ha agevolato molto la Turchia nel perseguire questa sua politica autonoma; a questo, tuttavia, Ankara ha affiancato un importante impegno nello sviluppo della propria industria bellica nazionale. La Turchia ritiene questo settore cruciale per la propria indipendenza e per poter così perseguire la propria linea autonomamente: oggi produce all’interno del Paese la maggior parte dei mezzi ed equipaggiamenti militari che esporta in tutto il mondo. Nato, Europa e Russia non esauriscono il raggio d’azione turco. Anche la Cina è un Paese a cui Ankara guarda con attenzione, come si evince dall’importante ruolo che hanno le infrastrutture turche nella Nuova Via della Seta. Passando per l’Anatolia, le rotte commerciali cinesi possono raggiungere l’Europa senza dover passare da punti critici del traffico globale come lo stretto di Malacca o il mar Rosso: un torto all’Occidente, potrebbe pensare qualcuno. Esso rappresenta però anche un corridoio Europa-Cina che, passando da Asia centrale, Caucaso e Turchia, non deve transitare per la Russia: un paradosso centrale del grande gioco geopolitico di cui oggi Asia ed Europa sono protagoniste e che dimostra quanto la Turchia stia usando la sua posizione geografica a proprio vantaggio.

Equilibri multipolari
È così che Ankara riesce a stare nella Nato, a tenere canali aperti con Russia e Cina pur avendo questioni aperte con loro che vanno dalla Siria al Caucaso, dalla Libia agli Uiguri, e al tempo stesso a proporsi per aderire ai Brics ed essere Paese osservatore dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, in un equilibrio delicato con cui cerca di avere un ruolo centrale nella costruzione di un mondo multipolare. Ma proprio l’alleanza militare con Pakistan e Arabia Saudita, che potrebbe essere la base di qualcosa di più ampio, mostra che, nel provare a essere amica di tutti, Ankara ha anche tanti Paesi con cui le questioni rimangono irrisolte. Se il Patto della Mecca può essere messo in concorrenza con l’Asse della Resistenza iraniano (il sistema di alleanze guidato da Teheran, soprattutto con milizie locali che con la caduta di Assad ha perso il suo principale alleato statale), c’è un’altra realtà che sta prendendo forma in Medio Oriente. Ed è formata da Paesi che vedono nell’attivismo turco una minaccia diretta: Israele in primis, i cui rapporti con Ankara sono fortemente peggiorati dopo l’inizio della guerra a Gaza, e che è divenuto un punto di riferimento per molte nazioni che condividono gli stessi timori. È indicativo il recente accordo in materia di difesa siglato dallo Stato ebraico con la Grecia (protagonista di dispute sul confine marittimo dell’Egeo) e Cipro (che subisce la presenza della Repubblica Turca di Cipro del Nord, di fatto Stato fantoccio di Ankara non riconosciuto dalla comunità internazionale). Allo stesso tempo, l’amicizia tra Israele ed Emirati Arabi Uniti e il loro sostegno al Somaliland rappresentano una presenza nel Corno d’Africa, dove Ankara gode della stretta alleanza con la Somalia. Quello che prende forma è il cosiddetto “Esagono”, un sistema di alleanze guidato da Israele attraverso il quale lo Stato ebraico vuole affrontare le minacce regionali senza dover dipendere dal sostegno occidentale e con cui cerca, dal Corno d’Africa all’Egeo, dal Caucaso all’India, di trovare alleati in un ideale perimetro di sicurezza. Un perimetro che fa capire bene come, oltre all’Iran, si veda anche nella Turchia una potenziale minaccia. Il sistema di alleanze israeliano non è l’unica conseguenza di questo attivismo turco. C’è anche un rinnovato ruolo geopolitico della Grecia, fino a pochi anni fa piegata dalla crisi economica e assente dal dibattito strategico internazionale, che oggi si trova a gestire le mire turche sul confine marittimo nell’Egeo e in direzione della Libia, oltre alla pressione delle politiche migratorie, tornando a essere una realtà importante sullo scacchiere. E se la politica di autonomia offre occasioni di dialogo, stare dalla parte di tutti rimane difficile, soprattutto in un momento di crisi globale come quello in corso: l’autonomia turca e le nuove alleanze che nascono da una parte e dall’altra mostrano proprio che il mondo, a ormai oltre tre decenni dalla fine dei blocchi della Guerra fredda, sta nuovamente prendendo forma. Quale, ce lo racconterà la storia.

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