Sono passati oltre sei mesi dal pomeriggio del 23 marzo in cui a Palazzo Chigi si è capito che aveva vinto il “No” al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, e a guardarla bene, la vera notizia non sta tanto nella sconfitta quanto in chi, da quell’insuccesso, è riuscito a non farsi travolgere. La premier Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio, primi firmatari della riforma bocciata con il 53,74% dei voti, sono ancora dov’erano il 22 marzo: lei a Palazzo Chigi, lui a via Arenula, dove quella sera aveva scelto di paragonarsi a Winston Churchill, ricordando come persino il vincitore della Seconda guerra mondiale fosse poi stato sconfitto alle urne.
Il conto, semmai, lo hanno pagato altri. Nelle 48 ore successive al voto sono saltate le teste di Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, e di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto dello stesso Nordio, ed è uscita di scena anche la ministra del Turismo Daniela Santanchè, travolta più dalle inchieste giudiziarie che dal referendum, ma il tempismo non è stato certo casuale.
Dentro la coalizione, la ferita più profonda l’ha incassata Forza Italia, che su quella riforma aveva messo la faccia e la storia del partito, erede delle battaglie di Silvio Berlusconi contro l’indipendenza della magistratura. A saltare è stato il capogruppo dei senatori forzisti, Maurizio Gasparri, sostituito da Stefania Craxi. Il vicepremier Antonio Tajani, invece, se l’è cavata con uno scarno comunicato, ma a Via in Lucina si è parlato apertamente di un campanello d’allarme, complice quel 18% di elettori azzurri che secondo le stime avrebbe votato “No”. Tanto che a fine aprile è dovuta intervenire persino Marina Berlusconi per blindare la leadership del ministro degli Esteri. La Lega, dal canto suo, si è smarcata quasi subito dall’esito referendario.
Ma è proprio sulle altre due riforme della maggioranza, una per partito secondo il patto di coalizione, che si misura la conseguenza meno raccontata e più pesante. Il premierato di Fratelli d’Italia è fermo in commissione alla Camera dalla scorsa estate, mentre l’autonomia differenziata della Lega è stata ridimensionata da una sentenza della Consulta. Non sono effetti diretti del voto di marzo, ma la finestra politica per rilanciarle in questa legislatura si è chiusa con la sconfitta del “Sì”.
Sui numeri, però, la fotografia è meno drammatica di quanto si potesse temere a caldo. A un mese dal voto Meloni restava la leader più accreditata dagli italiani, con una fiducia personale misurata dall’Istituto Piepoli intorno al 43%, salita a settembre di un punto percentuale, e Fratelli d’Italia è ancora il primo partito nei sondaggi. C’è un dato infatti che ridimensiona la narrazione impostata dell’avviso di sfratto al Governo delle opposizioni: il 61% di chi votò “No”, secondo un sondaggio YouTrend, lo ha fatto per difendere la Costituzione, non per punire l’esecutivo. Intanto la maggioranza si è concentrata sulla legge elettorale, sulla gestione dell’ordinario e su misure spot come la sospensione del bollo auto per un anno. Il vero redde rationem infatti, come ripete da mesi il vicepremier Tajani, arriverà solo con le politiche dell’anno prossimo.

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