Sebbene Giorgia Meloni abbia investito molto sul traguardo dei quattro anni di governo e sulla narrazione della stabilità, l’iter della legge elettorale lascia pensare che la compagine di governo sia meno tranquilla di quanto faccia pensare. Il che è insolito: per quanto il referendum sulla giustizia abbia mostrato che il governo non è invincibile, un esecutivo che vuole mostrarsi forte ci si aspetta che punti più sul consenso che sulle regole. Soprattutto se il nemico individuato sono i “partitini”. Già alla Camera era stato approvato l’emendamento Russo, che per fermare questo fenomeno prevedeva di non inserire nel computo dei voti di una coalizione tutti quelli di liste con meno consensi della più alta tra quelle sotto il quorum del 3 per cento: in linea teorica, in questo modo, il premio di maggioranza sarebbe potuto andare alla coalizione con meno voti. Forse anche per via di questa contraddizione in termini, questo meccanismo è stato eliminato nel passaggio al Senato dove è stato approvato l’emendamento Zedda. Emendamento nuovo, timore vecchio: sempre i tanto vituperati partitini. Stavolta per fermare questo fenomeno, le firme da raccogliere in ciascuna circoscrizione per le liste salgono dalle attuali 1.500 fino a 6mila, e viene introdotto l’obbligo di essere presenti in almeno la metà delle circoscrizioni per presentare la lista. Un ostacolo abnorme che creerebbe non pochi problemi ai partiti più piccoli e a liste territoriali per presentarsi alle elezioni, riducendo l’offerta politica in un Paese che ha già un problema di partecipazione al voto.

Governo Meloni bocciato in economia: gli italiani sono più poveri rispetto a 4 anni fa
Giorgia Meloni sostiene che l’economia del nostro Paese sia «solida», «prospera», «resiliente». Per la presidente del Consiglio, oggi «l’Italia è più forte di prima», dove per «prima» si intende ovviamente



