Nesma vive a Gaza tra le macerie di quella che una volta chiamava casa, insieme a 12 dei suoi 13 figli. Uno di loro è ancora a Ramallah, dove si è sottoposto a un intervento al cuore subito dopo il 7 ottobre 2023, mentre la maggiore delle figlie, Naima, si prendeva cura del resto della famiglia durante la guerra. Arrestata dalle truppe di Israele in Cisgiordania mentre andava a ritirare le analisi del figlio, è stata riportata a Gaza dopo nove mesi di reclusione. Qui ha ritrovato il resto dei suoi bambini accuditi da Naima, rimasta nel frattempo paralizzata per un colpo d’arma da fuoco.
Anche Ola vive in città con i figli. La sua famiglia non ha altro rifugio se non le rovine della propria casa distrutta dai bombardamenti ad al-Tuffah, nella zona est di Gaza, a pochi metri da una fila di blocchi di cemento dipinti di giallo che le truppe di Israele hanno piazzato per segnare la “Linea” che delimita il 53% della Striscia sotto il controllo di Tel Aviv. Nessuno di loro ha le risorse per trovare un rifugio più sicuro.
A un anno dal cessate il fuoco mediato tra Israele e Hamas e a tre dagli attentati del 7 ottobre, migliaia di famiglie della Striscia vivono ancora in stato di allerta e in condizioni difficili.
Emergenza idrica e sanitaria
La carenza d’acqua, ad esempio, ha raggiunto livelli drammatici. Le tre condotte idriche della Mekorot forniscono circa il 40% in meno del volume contrattato, anche a causa delle alghe marine sviluppatesi per il gran caldo estivo che intralciano i dissalatori in Israele. Così, secondo l’Unocha, oltre il 73% dei 938 campioni d’acqua rilevati ad agosto non rispettava i livelli di cloro raccomandati dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), mentre il 18% mostrava tracce di contaminazioni microbiologiche. Indagini settoriali pubblicate dall’Unocha rivelano che il 91% delle famiglie della Striscia vive in condizioni di grave insicurezza idrica, un dato in peggioramento rispetto al 90% di luglio e all’84% di giugno.
Poi c’è il disastro dei sistemi fognari. I sei impianti di trattamento delle acque reflue e il 70% delle stazioni di pompaggio della Striscia sono fuori uso, così 150mila metri cubi di liquami non trattati si riversano ogni giorno nell’ambiente. D’altronde, il 90% delle infrastrutture energetiche è andato distrutto, azzerando le capacità di pompaggio e trattamento igienico-sanitario delle acque reflue. Mentre queste hanno riempito l’invaso di Sheikh Radwan, concepito per la sola acqua piovana, alla vigilia della stagione delle piogge, secondo l’Onu, il centro per sfollati di Sharyan al-Khayat rischia di essere sommerso «da un metro di liquami non trattati, rifiuti domestici e animali morti».
Con la rete elettrica fuori uso, il Fondo umanitario per i Territori palestinesi occupati gestito dall’Unocha ha stanziato 2 milioni di dollari per il carburante necessario ai generatori che tengono in piedi i servizi sanitari della Striscia, mentre il Qatar ha annunciato la fornitura di altri 1,5 milioni di litri, ma non è una soluzione sostenibile. I fondi sono sufficienti per soli quattro mesi e serviranno i permessi di Israele per importare impianti solari e riaprire l’unica centrale elettrica a Gaza. Pertanto, da metà settembre, gli ospedali hanno ridotto l’assistenza per dare priorità alle emergenze. Mancano inoltre farmaci oncologici, insulina, apparecchiature per la dialisi e, secondo Fadi Husam, infermiere di Medici senza frontiere a Khan Younis, «persino le garze».
Il disarmo che non c’è
Proprio Husam è stato testimone di un raid condotto da Israele la mattina del 23 settembre scorso, che ha colpito vicino alla clinica di Msf a Khan Younis, provocando almeno 10 feriti. I raid infatti non si fermano. Dall’inizio della tregua, il ministero della Salute di Gaza ha contato oltre 1.400 morti e più di 4.880 feriti, mentre dopo tre anni guerra le vittime sfiorano i 74mila deceduti e i 175mila feriti. Israele, si giustificano le autorità militari di Tel Aviv, continua a colpire in modo mirato i gruppi armati attivi nella Striscia, dove Hamas non ha ancora proceduto al disarmo.
In teoria, però, un piano esiste. La Roadmap in 15 punti, presentata il 30 luglio scorso dal Board of Peace, prevede prima l’ingresso nella Striscia di un comitato di tecnocrati palestinesi e lo schieramento di una Forza internazionale di stabilizzazione, quindi lo smantellamento delle armi pesanti, dei depositi bellici e dei tunnel, e infine il ritiro graduale delle truppe israeliane, certificato da un comitato internazionale. In linea di principio Hamas e le altre fazioni armate hanno accettato il piano il giorno stesso della presentazione, a differenza del governo di Tel Aviv. Soltanto a metà agosto, infatti, l’ufficio del premier Netanyahu ha annunciato un accordo col Board per costituire due gruppi di lavoro, uno sul disarmo e la smilitarizzazione, e l’altro sui servizi idrici, igienici e sanitari a Gaza.
La strada quindi c’è ma nessuno l’ha ancora percorsa. Pur avendo accettato il piano, il gruppo terroristico palestinese non è mai stato messo alla prova dei fatti, perché Israele non accetta il cessate il fuoco di 14 giorni con cui dovrebbe cominciare la smilitarizzazione. Ma, finché Hamas non sarà disarmato, Tel Aviv impedirà l’ingresso nella Striscia del comitato palestinese guidato da Ali Shaath, che sostiene di non poter operare restando fuori dal territorio.
D’altra parte, come riconosciuto anche dall’Alto rappresentante del Board of Peace Nickolay Mladenov, le restrizioni israeliane all’ingresso degli aiuti ostacolerebbero ogni possibile intervento del nuovo governo, che brucerebbe gran parte della sua credibilità. Mancano inoltre forze di polizia palestinesi addestrate. Anche perché, nonostante quasi cinquemila aspiranti agenti abbiano superato le selezioni, Israele impedisce loro di lasciare la Striscia per l’Egitto, dove dovrebbero essere addestrati. Da questo processo resta ancora esclusa l’Autorità nazionale palestinese (Anp), che dovrebbe coordinarsi con il comitato. Ma, anche volendo, le casse dell’Anp sono vuote. Israele ne trattiene infatti circa 6 miliardi di dollari di entrate fiscali e l’Autorità non riesce né a garantire i servizi di base né a pagare gli stipendi per intero. Non sembra però che né il voto in Israele del 27 ottobre né le elezioni del 28 novembre per il Consiglio legislativo palestinese possano sbloccare la situazione.
Un piano senza fondi
Intanto, a fine settembre, il Board of Peace ha presentato un piano di ripresa semestrale da 2,45 miliardi di dollari, che andranno a finanziare 66 progetti di sviluppo infrastrutturale e umano; ripresa economica; trasformazione digitale e legale; e sicurezza. L’iniziativa destina quasi un miliardo alle infrastrutture, di cui 400 milioni per fornire roulotte coibentate agli sfollati; e 885 milioni alla sicurezza, inclusi 275 milioni per una sede fortificata a Rafah, che ospiterà i cinquemila uomini della Forza di stabilizzazione internazionale e 20 milioni per comprare armi dalle fazioni palestinesi. Una goccia nel mare, visto che le ultime stime Onu calcolano i danni fisici causati dalla guerra a Gaza in 35,2 miliardi di dollari e il costo della ricostruzione in altri 71,4 da erogare nei prossimi 10 anni. Al momento, però, non è garantita nemmeno la disponibilità dei 2,45 miliardi annunciati.
«Queste risorse non sono disponibili», ha rivelato Alakbarov al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, avvertendo che l’appello umanitario è finanziato al 39,7%. Da parte sua, invece, Mladenov ha ammesso che «nessun donatore ci darà i suoi soldi per ricostruire Gaza» finché non sarà certo che un’altra guerra non è dietro l’angolo. Per ora l’unico appalto, vinto dalla statunitense Arkel International, riguarda un avamposto militare per 150 soldati del Marocco da schierare nella Striscia. Insomma, in termini di governance, è quasi tutto fermo.
La speranza è che qualcosa si muova dopo il voto israeliano del 27 ottobre. Ma se le urne produrranno uno stallo politico, l’avvio dei lavori sarà ulteriormente rinviato. Intanto Nesma, Ola e milioni di altri palestinesi vivono tra le macerie, a volte senz’acqua e assistenza sanitaria.




