Il giorno del giudizio: per chi suona la campana delle elezioni in Israele

Poche cose quanto una guerra sono in grado di avere un impatto sul voto delle persone. Questo discorso è valso ovunque e potrebbe valere anche per un Paese che è alle prese con la difesa del suo territorio dalla sua fondazione quasi 80 anni fa, ma che stavolta arriva al voto reduce da un conflitto non solo più lungo, ma che ha visto Israele impegnato su numerosi fronti e ha avuto un’attenzione dell’opinione pubblica su scala globale. Un’opinione pubblica che, soprattutto di fronte alla situazione umanitaria di Gaza, si è mossa in modo sempre più critico nei confronti di Israele. Tre anni di guerra su almeno sette fronti per un Paese abituato a conflitti che portano nomi come “guerra dei sei giorni”, tre anni di divisioni nella società, di pressioni da parte del resto del mondo, di una totale mobilitazione a livello militare ed economico della propria popolazione, sono qualcosa che segna profondamente l’opinione pubblica di un Paese che fa della sua sicurezza rispetto alle minacce nella regione una necessità di natura esistenziale.

Un’impossibile stabilità
Ma oggi Israele si trova letteralmente a un bivio. Tranne una breve parentesi tra il 2021 e il 2022, Benjamin Netanyahu è al governo dal 2009, ed è riuscito a continuare a guidare il Paese grazie a un controverso accordo con politici estremisti come Bezalel Smotrich e soprattutto Itamar Ben Gvir, mentre lo scontro col principale nemico, l’Iran, è nel congelatore in attesa degli Stati Uniti, sospesi tra il tentare un accordo o proseguire le ostilità, il futuro di Gaza, con gran parte della Striscia ridotta in macerie, è ancora da stabilire, in Cisgiordania si registrano violenze da parte dei coloni più estremisti, in Libano il conflitto con Hezbollah è ancora in corso, in Occidente molti governi raffreddano il loro rapporto con Israele, le organizzazioni internazionali tengono la lente d’ingrandimento sulla situazione umanitaria dei palestinesi e gli episodi di antisemitismo in tutto il mondo raggiungono livelli preoccupanti. Tra tutti questi nodi e in questa situazione è chiaro che le elezioni in programma per il prossimo 27 ottobre raggiungono un’importanza cruciale.
È proprio Netanyahu l’uomo che in questa partita si gioca tutto. Aveva già guidato Israele negli anni tra il 1996 e il 1999, oggi lo guida da 16 anni interrotti solo da una piccola parentesi all’opposizione tra il 2021 e il 2022. Ma non dobbiamo immaginarci un uomo forte che stravince le elezioni ogni volta: il sistema elettorale israeliano è un proporzionale puro con uno sbarramento al 3,25 per cento, e per governare è, da sempre, obbligatorio fare accordi con altre forze politiche, spesso a loro volta espressione di più partiti. Accordi quindi non sempre facili, come dimostra il fatto che Israele è stato chiamato alle urne ben cinque volte tra il 2019 e il 2022.

Una leadership fragile
Ma in tutta questa instabilità, in tutte queste difficoltà a trovare un accordo di governo, la costante è stata una: Benjamin Netanyahu e la sua ferrea volontà di continuare a rimanere alla guida del Paese, un programma portato avanti al costo di spostare fortemente a destra la sua coalizione di governo, andando a sdoganare, nell’ordine, prima il Partito sionista religioso, la forza di destra guidata da Bezalel Smotrich, e poi Otzma Yehudit, il partito di Itamar Ben Gvir, contribuendo a rendere più radicali anche le posizioni dello stesso partito del Likud, tradizionalmente un partito di centrodestra conservatore. Ad oggi, infatti, il governo dello Stato ebraico, composto dal partito di Netanyahu e i partiti di Smotrich e Ben Gvir, e fino all’anno scorso anche dai partiti ultraortodossi – Ebraismo unito nella Torah e Shas – risulta essere il più a destra della storia del Paese, in un Paese nato all’insegna di un’esperienza di impronta socialista come quella dei kibbutz, del coinvolgimento attivo della popolazione araba, e del Mapai, l’antenato del Partito laburista, un partito socialdemocratico che ha guidato la nazione per decenni con figure quali David Ben Gurion e Golda Meir.
Bibi Netanyahu e il suo Likud, nel voto del 27 ottobre, saranno gli osservati speciali. Il Primo ministro era già nell’occhio del ciclone alla vigilia del 7 ottobre, al centro di tre procedimenti giudiziari in cui è accusato di frode, abuso d’ufficio e corruzione, relativi a presunti beni di lusso ricevuti, presunti accordi con un editore e presunti scambi di favori con un colosso delle telecomunicazioni, ed era bersaglio delle proteste per una controversa riforma della giustizia. Con l’inizio della guerra e il mondo che ha puntato il dito contro Israele per la situazione a Gaza, si sono aggiunte altre critiche. Netanyahu si pone come l’uomo forte che sta affrontando uno dei momenti più difficili della storia di Israele, per quanto gli ultimi anni abbiano mostrato quanto questa forza sia più fragile di quanto sembri, essendo stato costretto ad accordi con forze estremiste.

Estremisti al potere
Accanto a Netanyahu, ci sono i due politici estremisti che lo stesso Bibi ha sdoganato e fatto entrare nel governo: il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e quello della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. Entrambi strenui oppositori della creazione di uno stato palestinese e sostenitori dell’aumento delle colonie israeliane, non solo in Cisgiordania. Smotrich, che guida il Partito sionista religioso, ha un approccio maggiormente influenzato da temi religiosi, Ben Gvir, che guida Otzma Yehudit, è più populista e visto il suo ruolo ha fatto del deterioramento delle condizioni dei detenuti palestinesi e della reintroduzione della pena di morte il suo cavallo di battaglia, contribuendo a mettere il governo israeliano in una posizione ancora più complessa agli occhi dell’opinione pubblica globale. Il campo a sostegno di Netanyahu è completato dai due partiti ultraortodossi, Ebraismo unito nella Torah (UTJ, di origine ashkenazita) e Shas (sefardita), legati al mondo haredi, da sempre alleati del Likud ma con cui l’alleanza si è raffreddata in seguito alla complessa e non del tutto risolta questione della leva militare per i giovani ultra-ortodossi, esentati dall’esercito per studiare nelle yeshivot, una situazione che ha le proprie radici agli albori dello stato di Israele. Tuttavia, l’aumento della popolazione degli haredim e le sentenze della Corte Suprema contrarie all’esenzione hanno portato la questione al centro del dibattito con i due partiti che hanno continuato ad opporsi alla leva.

Centristi e generali
Il leader parlamentare dell’opposizione israeliana è in questo momento Yair Lapid, a capo del partito di orientamento laico e liberaldemocratico Yesh Atid, che ha deciso di fare una lista elettorale unica insieme a Naftali Bennett, l’uomo che riuscì a diventare Primo ministro nel 2021 togliendo provvisoriamente il posto a Netanyahu. Lapid e Bennett sono molto diversi tra loro – centrista il primo, ex membro del Likud il secondo – ma condividono una cosa: la ferma opposizione a Netanyahu. Per questa ragione hanno costituito un cartello elettorale comune chiamato Beyachad, “insieme”. Non è però questa la lista più quotata per guidare il campo dell’opposizione, ma Yashar, “onesto”, partito centrista dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, figura autorevole che porta sulla sua pelle il trauma del 7 ottobre e della successiva guerra, avendo perso un figlio in combattimento a Gaza, e che è diventato il principale catalizzatore del dissenso verso Netanyahu.

La sinistra e il fronte arabo
C’è anche un altro generale in campo nel blocco di opposizione, che però paradossalmente è uno dei candidati più apertamente pacifisti e si tratta di Yair Golan, a capo dei Democratici, forza politica composta dai laburisti, storico partito che ha guidato molte volte il Paese ma da anni è fortemente ridimensionato, e Meretz, il principale partito di sinistra, rimasto fuori dalla Knesset nel 2022, aprendo anche a candidature di arabi. Golan, pur fuori servizio e in pensione, il 7 ottobre, appena ricevuta la notizia di quanto stava avvenendo, è andato volontariamente nel sud di Israele a sostenere la popolazione colpita da Hamas. Ma il campo di opposizione è molto variegato e comprende anche il partito Yisrael Beiteinu (Israele è casa nostra), guidato da Avigdor Liberman, figura di destra, ex alleato di Netanyahu, laico e nazionalista, sostenuto dalla popolazione di origine russa e duramente in contrasto con gli ultraortodossi, anche per la netta contrarietà all’esenzione dalla leva.
Fuori da questo schema ma sempre all’opposizione, ci sono le due liste della minoranza araba, Ra’am, conservatrice, che con una decisione storica ha aperto alla presenza del candidato ebreo Yoav Segaloviz, e la Lista Unita, più critica verso Israele. Ma le liste in campo saranno in tutto molte di più, in uno dei Paesi con più partiti al mondo.
Come finiranno le elezioni lo decideranno le urne, tenendo conto anche del sistema proporzionale. Potrebbe vincere l’opposizione o riaffermarsi l’attuale maggioranza, ma non possiamo escludere anche altri schemi più complessi, che magari coinvolgano il Likud ma non i suoi attuali alleati estremisti. Il 27 ottobre parleranno gli israeliani.

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