Il 7 Ottobre, tre anni dopo: il giorno che ha cambiato il Medio Oriente

Il 7 ottobre 2023 non è stato solo il giorno in cui Hamas ha compiuto un’atroce strage nel sud di Israele, né semplicemente la data dell’attacco che ha scatenato un’operazione militare israeliana a Gaza che ha causato migliaia di morti, la devastazione della Striscia, e una situazione umanitaria che ha sollevato l’attenzione e la preoccupazione di tutto il mondo. Il 7 ottobre è stato, infatti, anche il giorno dell’inizio di una più ampia guerra che coinvolge l’intero Medio Oriente, in un momento storico in cui l’equilibrio che ha per decenni garantito la pace in gran parte del mondo è diventato più fragile che mai, soprattutto dopo la spallata che aveva già colpito questo ordine il 22 febbraio 2022, con l’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. 

La posta si è alzata
L’irruzione degli uomini di Hamas, il sequestro di cittadini israeliani, l’uccisione indiscriminata nei kibbutz e nelle città israeliane ha scatenato la dura reazione del governo di Netanyahu con l’obiettivo chiaro e deliberato di porre fine all’esistenza dell’organizzazione islamista che controllava la Striscia. Un’operazione che ha catturato l’attenzione e la preoccupazione dell’opinione pubblica per la diffusa distruzione e l’elevato numero di vittime civili, ma che non è stato il solo fronte che ha impegnato lo Stato ebraico: il giorno dopo la strage, infatti, le milizie libanesi filo-iraniane di Hezbollah hanno iniziato una serie di lanci di razzi verso il nord di Israele, seguiti di lì a poco dagli attacchi degli Houthi yemeniti, altro alleato di Teheran, contro le navi nel Mar Rosso e in direzione del territorio israeliano. 

In altre parole, in un mondo sempre più teso, un attacco di simile portata ha distrutto ogni equilibrio nella fragile regione del Medio Oriente, trasformando lo scontro che andava avanti per procura tra Israele e Iran in uno scontro diretto. Non è un caso che in questi anni, per la prima volta, i due Paesi siano arrivati a colpirsi frontalmente nei rispettivi territori, sia in saltuari scambi di attacchi isolati che in due vere e proprie guerre. 

Gaza, dunque, è solo uno dei fronti che si sono aperti, con Israele che non ha deciso di regolare i conti soltanto con Hamas, ma con tutta quella rete di gruppi paramilitari guidati da Teheran conosciuta con il nome di «Asse della Resistenza», arrivando ad alzare la posta e parlare apertamente di un cambio di regime in Iran, soprattutto in seguito alla brutale repressione da parte degli ayatollah delle proteste in tutto il Paese. 

Ma quando si alza la posta, e la si alza così tanto, è legittimo chiedersi quale sia il risultato che vuole perseguire Israele e quale sia l’asticella oltre la quale possa essere definito una vittoria. Perché una cosa è fermare il programma nucleare di Teheran, un’altra limitarne le capacità militari, ma altro discorso ancora è rovesciare un regime in un Paese di 93 milioni di abitanti che ospita diverse etnie, non solo per ciò che implichi raggiungere l’obiettivo, ma anche per la gestione delle conseguenze su scala regionale. 

La guerra con l’Iran è però attualmente nel congelatore, in attesa dei prossimi passi americani, con il sempre imprevedibile Trump che un giorno lascia intendere la possibilità di un accordo e l’altro di riprendere con più forza le ostilità. 

Dalla Striscia allo Yemen
A Gaza gran parte della Striscia è stata devastata, non è chiaro ancora quale sarà il futuro di quel territorio, chi lo ricostruirà, chi lo governerà e se Hamas consegnerà le armi ancora in suo possesso. Hezbollah è ridimensionato, molte delle sue infrastrutture a sud del fiume Litani sono state distrutte e il suo storico leader Hassan Nasrallah è stato ucciso, ma il governo libanese non sembra avere le risorse per disarmare la milizia sciita. 

Gli Houthi nello Yemen non si limitano a minacciare il Mar Rosso, ma sono riusciti ad avanzare lungo la costa, creando ulteriori difficoltà al governo sostenuto dai sauditi e costringendo Riad a riprendere le operazioni belliche. 

In Siria Assad è caduto definitivamente, il nuovo presidente è Abu Muhammad al-Joulani, che ha cambiato il proprio nome in Aahmed al-Shara: non più un alleato di Teheran, più distante dalla Russia e con buone intenzioni di accreditarsi verso l’Occidente, ma più vicino alla Turchia, che non è certo in buoni rapporti con Israele. 

Tutto questo mentre tanti governi, soprattutto in Occidente, raffreddano le proprie relazioni con lo Stato ebraico, sospendono accordi, fermano importazioni. Mentre sulla testa di Netanyahu c’è un mandato di arresto del Tribunale Penale Internazionale e mentre il Sudafrica porta avanti la pesante accusa di genocidio contro Israele alla corte dell’Aia. E mentre in tutto il mondo purtroppo riemerge, ancora una volta, un antisemitismo che ha raggiunto livelli preoccupanti. 

Interrogativi
Cosa serve perché Israele possa dire di aver vinto?  È sufficiente seppellire definitivamente la minaccia di Hamas e avere la certezza che l’Iran non avrà l’atomica, o serve molto di più? 

Lo stato di guerra permanente che va avanti da ormai tre anni è una necessità per la sicurezza di Israele o la posta viene alzata perché l’emergenza favorisce la complessa posizione di Netanyahu verso l’opinione pubblica? 

Tutte queste domande non hanno una risposta, per il momento, e saranno la storia e gli eventi a raccontarlo. Certo è che Israele ha ottenuto sul campo di battaglia risultati importanti, tutt’altro che scontati, che sicuramente hanno impartito colpi molto duri ai suoi nemici nella regione e che potrebbero sicuramente ridimensionare per anni le minacce cui il Paese è esposto. Ma, finché la partita rimane in corso su alcuni fronti e nel congelatore sotto altri, tirare le somme è difficile.

L’Iran è il principale nemico israeliano da anni a questa parte e il programma nucleare iraniano è stato vissuto da Israele come una minaccia esistenziale: questa sarà sicuramente una delle sfide, così come il nuovo Medio Oriente che andrà a formarsi, ma certo lo Stato ebraico non può non prendere in considerazione i suoi rapporti con l’Occidente, blocco all’interno del quale si è sempre identificato ma in cui molti Paesi non sembrano più ricambiare tale sentimento per via delle operazioni militari a Gaza e delle violenze degli estremisti in Cisgiordania. 

E ai risultati sul campo militare non potrà non essere messo in conto il posto di Israele nel mondo a livello di relazioni diplomatiche e la sua reputazione internazionale. Paesi come Spagna e Irlanda hanno portato i rapporti con Israele quasi alla rottura, altri come Francia e Regno Unito hanno riconosciuto lo Stato palestinese, altri ancora hanno introdotto limitazioni commerciali sui prodotti provenienti dalle colonie in Cisgiordania o sospeso accordi di vario genere. Non sappiamo se, quando e a che costo lo Stato ebraico riuscirà a ricostruire questi rapporti logorati. 

Certo è che nel frattempo Israele non è rimasto a guardare e ha iniziato a costruire una propria rete di amicizie in autonomia. Non solo ha raggiunto accordi di collaborazione in materia militare con Paesi dell’Europa dell’Est, ma ha anche creato un sistema di amicizie in Medio Oriente, spesso focalizzato sulla gestione di minacce comuni, che vuole inserirsi e contrastare il patto sunnita della Mecca tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan da un lato e l’Asse della Resistenza iraniano dall’altra.

E così, lo stretto rapporto militare con gli Emirati Arabi Uniti a un passo dallo Stretto di Hormuz, il riconoscimento del Somaliland alle porte del Mar Rosso sull’altra sponda degli Houthi, i buoni rapporti con Azerbaigian e India, e l’accordo militare con Grecia e Cipro, i due Paesi europei che vivono con più timore la vicinanza della Turchia, hanno creato una nuova geografia israeliana, autonoma da un Occidente sempre più freddo. 

Riuscirà a rimpiazzare i rapporti perduti? Non lo sappiamo. I rapporti raffreddati torneranno a fiorire? Nemmeno questo. Così come non sappiamo che piega prenderanno le varie guerre in un mondo sempre più pericoloso. Certo è che, a tre anni dal 7 Ottobre, la strada di Israele passa più che mai anche dalla cruciale data delle prossime elezioni, il 27 ottobre.

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