Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescente mobilitazione studentesca, dalle proteste per Gaza a quelle contro il governo e le politiche sull’università. Che cosa sta spingendo una parte della vostra generazione a tornare nelle piazze? Sta nascendo una nuova coscienza politica?
«Credo che la coscienza politica ci sia sempre stata, ma che si sia tradotta solo in maniera molto limitata nella partecipazione alle manifestazioni. Sicuramente le piazze per la Palestina degli ultimi anni hanno riacceso la mobilitazione nella nostra generazione, che adesso prosegue anche sui temi legati alle condizioni materiali. Credo che questa cosa stia succedendo perché siamo arrivati a un punto in cui ci rendiamo conto che non possiamo più aspettare. Si sta parlando del nostro presente e del nostro futuro».
Molti giovani sembrano non riconoscersi più nei partiti tradizionali, eppure continuano a mobilitarsi per cause politiche e sociali. Come si spiega questa apparente contraddizione?
«Sicuramente c’è una disaffezione e forse anche una mancanza di rappresentanza da parte dei corpi intermedi, ma nello specifico anche della politica partitica. Questo, però, non impedisce di mobilitarsi. Credo che nello strumento della mobilitazione si stia ritrovando un metodo efficace per farsi ascoltare».
Migliaia di studenti devono fare i conti con affitti insostenibili, borse di studio insufficienti e un costo della vita sempre più alto. Quanto è diventato difficile, oggi, studiare in Italia senza avere una famiglia economicamente solida alle spalle? E quali sono le responsabilità della politica?
«Prima di tutto si dà sempre per scontato che il supporto della famiglia esista, ma non tutti hanno questa fortuna e, considerando anche la condizione dei salari e del mercato del lavoro in generale, questa cosa sta venendo meno. Il diritto allo studio non è tutelato e lo vediamo anche dal tasso di abbandono degli studenti universitari: uno studente su tre lascia l’università durante il percorso triennale e questo, nella maggior parte dei casi, è dovuto al fatto che è sempre più difficile mantenersi. I costi degli affitti sono sempre più alti, il carrello della spesa è sempre più caro, così come le bollette, la benzina e tutto ciò che riguarda il trasporto pubblico. Le spese che gli studenti universitari devono sostenere per poter studiare sono tantissime: stimiamo che, in media, uno studente universitario in Italia debba spendere circa 13mila euro per poter studiare. La borsa di studio in Italia, in media, prevede una cifra che si aggira intorno ai 5mila euro: anche laddove questa venisse erogata, non sarebbe sufficiente per coprire tutti i costi. Anche intorno all’erogazione delle borse di studio c’è una grossa questione, dovuta al fatto che non sempre vengono concesse oppure arrivano con ritardi che possono raggiungere anche un anno. È una situazione drammatica, ma le nostre istanze non vengono ascoltate da chi ci governa in questo momento».
Che cosa chiedete al governo, ma anche alle forze politiche in generale che si candidano alla guida del Paese?
«Il motivo per il quale è nata la mobilitazione internazionale, cioè lo sciopero studentesco del 20 novembre, è proprio questo: noi chiediamo che i nostri Paesi smettano di investire nella spesa militare e comincino a investire nel welfare, a partire da scuole, università e sanità. Questa è la nostra richiesta politica. Nel merito, chiediamo che, per quanto riguarda il diritto allo studio universitario, tutti i sussidi previsti siano realmente erogati e che il diritto allo studio non sia solo di facciata, ma reale».
C’è anche un altro tema, quello dell’accesso al lavoro. Completare gli studi universitari non garantisce un ingresso sicuro nel mondo del lavoro, soprattutto a condizioni dignitose. Quali prospettive vede per la sua generazione?
«Non basta ormai avere due lauree, master o certificazioni per poter sperare in un contratto stabile o in un lavoro dignitoso. Le mobilitazioni non riguardano solamente il mondo studentesco, ma ci riguardano come generazione, perché tutti gli aspetti della nostra vita sono precari, a partire dallo studio per arrivare al mondo del lavoro. Le misure spot che questo governo sta prevedendo in vista della legge di Bilancio non ci soddisfano, perché il problema deve essere scardinato già dalla base. Con queste condizioni non vediamo un futuro lavorativo in questo Paese e, a volte, l’unica alternativa rimane quella di andare all’estero».
Gli episodi di violenza che hanno contraddistinto alcune manifestazioni hanno spesso preso il sopravvento, nel racconto pubblico, rispetto ai cortei che si sono svolti in modo pacifico. Secondo lei esiste un tentativo di delegittimare i movimenti studenteschi attraverso il racconto mediatico e politico delle piazze?
«Abbiamo assistito a un fenomeno che non si vedeva da moltissimi anni, ma l’attenzione da parte del governo e anche dei media si è concentrata sugli episodi di scontro che ci sono stati. Crediamo che questa sia una strumentalizzazione della narrazione per non rispondere effettivamente alle ragioni della mobilitazione, che ha portato avanti rivendicazioni molto chiare e difficilmente contestabili. Crediamo che, con questa mobilitazione, il governo sia stato messo in difficoltà, perché sono oggettivi i problemi che vengono portati nelle piazze, dalle difficoltà nell’arrivare a fine mese al fatto che studiare oggi sia diventato un lusso. La volontà di questo governo è quella di strumentalizzare determinati fatti per non rispondere nel merito».
Bruno Vespa si è scusato per i toni utilizzati nei suoi confronti, ribadendo però che i giovani devono essere più preparati. Lei come risponde?
«Questa è la dimostrazione plastica di come noi giovani veniamo trattati tutti i giorni, subendo paternalismi continui, mentre chiediamo di poter sperare in un presente e in un futuro diversi. Chi non vive nelle nostre stesse condizioni ha la pretesa di insegnarci che cosa dobbiamo dire e che cosa dobbiamo fare. Sono state scuse in qualche modo anche molto false, perché non ci è stata data la possibilità di portare le nostre istanze. Io sono stata interrotta in maniera repentina, ancora prima di potermi spiegare e di poter dire quello che avevamo intenzione di dire. Ci è stata data poi una risposta in diretta Rai, con uno spazio e degli strumenti molto diversi da quelli che abbiamo noi. È molto facile rispondere in questo modo quando non abbiamo gli stessi strumenti per poter esporre le nostre istanze e avere un contraddittorio».
In Serbia, il movimento studentesco ha dimostrato quanto una mobilitazione nata nelle università possa trasformarsi in una forza capace di incidere sugli equilibri politici del Paese. È un modello replicabile anche in Italia?
«Non in questo momento, ma è sicuramente un esempio. Quando la mobilitazione nasce dal basso e dai luoghi della conoscenza, come le scuole e le università, con delle rivendicazioni e un’idea chiara del modello che si vuole raggiungere, allora è vero che fare mobilitazione, fare politica e partecipare serve. È una situazione che ci dà molta speranza e dimostra che scendere in piazza è necessario e utile».
Se dovesse indicare una sola cosa che la politica italiana non ha ancora capito della sua generazione, quale sarebbe?
«Veniamo spesso sottovalutati e additati come la generazione degli sdraiati e dei nullafacenti. Le mobilitazioni degli ultimi anni, da quelle per la Palestina a quelle che vediamo oggi, dimostrano che questo non è vero. Siamo una generazione che è stata tradita molte volte dalla classe politica e anche dall’agenda politica del nostro Paese. Ora stiamo dimostrando che non siamo disposti a rimanere a guardare mentre viene distrutto il nostro presente e il nostro futuro».

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