Domenica 18 ottobre, durante i disordini nel centro di Milano, sono state arrestate 32 persone: 19 italiane e 13 straniere. Delle 271 accompagnate in Questura, 211 erano italiane. Eppure, nel dibattito politico, a finire sotto accusa sono state soprattutto le seconde generazioni. Matteo Salvini ha persino auspicato che quelle immagini chiudessero il dibattito sullo ius scholae. Il passaggio dalla responsabilità di chi ha commesso violenze al sospetto verso un’intera generazione è stato rapidissimo.
Basta una parola, «maranza», per mettere insieme giovani delle periferie, figli di immigrati, ragazzi stranieri e italiani che hanno soltanto un nome o un colore della pelle diverso. Peccato che nemmeno chi ha presentato una proposta di legge «anti-maranza» sembri sapere esattamente di chi stia parlando. Salvini ha ammesso di non averne idea, mentre il deputato leghista Igor Iezzi ha pensato bene di associare il termine alle seconde generazioni che commettono reati.
L’Accademia della Crusca, meno fantasiosamente, descrive invece una sottocultura giovanile riconoscibile per abbigliamento, linguaggio e gusti musicali. Insomma, da uno stile di vita a una categoria di presunti criminali il passo è stato sorprendentemente breve. Eppure, nelle scuole italiane ci sono oltre 930mila studenti senza cittadinanza italiana. Molti sono nati qui, altri sono arrivati piccolissimi. A loro continuiamo a chiedere di integrarsi, come se l’Italia fosse un luogo nel quale devono ancora imparare a vivere.
Per chi arriva da adulto, integrarsi può significare conoscere una lingua e abitudini nuove. Ma che cosa dovrebbe imparare dell’Italia un bambino che non ha conosciuto altro? E come gli si spiega che, pur vivendo la stessa quotidianità dei compagni, debba assentarsi da scuola per rinnovare un permesso di soggiorno, magari dopo ore di fila in Questura? O che il suo nome possa diventare motivo di scherno?
Io quelle assenze le ricordo. E ricordo le scuse inventate per non dire ai compagni dove fossi stata. Non avevo fatto nulla di cui vergognarmi, eppure avevo già imparato a nascondere una differenza che gli altri non erano costretti a spiegare. È anche da esperienze come questa che nasce Volti Italiani, il progetto con cui raccogliamo storie di ragazzi che non chiedono di essere considerati esempi straordinari, ma semplicemente parte del Paese in cui vivono. Lo ius scholae dovrebbe riconoscere proprio questo: non un premio per chi dimostra di essersi integrato, ma un’appartenenza costruita crescendo e studiando qui. Invece, dopo ogni episodio di cronaca, quella possibilità torna a essere messa in discussione.
A un giovane italiano che commette un reato chiediamo di rispondere delle proprie azioni. A un giovane nato o cresciuto in Italia, figlio di immigrati, chiediamo troppo spesso di rispondere anche per chi gli somiglia. E mentre il primo non deve temere che gli venga contestata la sua appartenenza, sul secondo pesa anche il giudizio di chi gli prospetta la «remigrazione» verso un Paese che forse non ha mai conosciuto. È difficile immaginare una contraddizione più grande: pretendere che si senta italiano e continuare a dirgli che non lo è.




