Chi non vuole le bodycam per la Polizia?

L’aggressione all’agente del Reparto Mobile avvenuta il 27 gennaio scorso, durante la manifestazione pro-Askatasuna nel centro di Torino, è diventata il detonatore di un dibattito che in Italia si riaccende ciclicamente. 

Nel corso del corteo – autorizzato e partecipato da diverse migliaia di persone – un gruppo ristretto di manifestanti ha dato vita a momenti di tensione con le forze dell’ordine: un agente è stato colpito e ferito, le immagini dell’aggressione hanno fatto rapidamente il giro dei social e dei telegiornali. Nel giro di poche ore il confronto si è spostato dal singolo episodio a una questione più ampia: come si gestisce l’ordine pubblico nelle piazze italiane? E quali strumenti possono garantire tutela sia agli agenti sia ai cittadini? In questo contesto sono tornati al centro del dibattito le bodycam e i codici identificativi. 

Il Governo ha appena varato un nuovo Decreto Sicurezza che inasprisce pene e sanzioni per i reati commessi in piazza, ma evita ancora una volta il nodo principale: quello della trasparenza nelle operazioni di ordine pubblico. 

Proprio mentre la politica si divide tra chi invoca «mano dura» e chi parla di «narrazioni tossiche», il caso di Paolo Scaroni torna prepotentemente al centro: vent’anni fa, sette agenti lo picchiarono fino a ridurlo invalido. Nel processo penale, gli agenti imputati per il pestaggio furono assolti per insufficienza di prove, perché non fu possibile identificarli in modo univoco. In sede civile, lo Stato fu invece condannato a risarcire Scaroni per l’accaduto con circa 1,4 milioni di euro, ma nessun agente subì una condanna personale. Se allora ci fossero stati gli identificativi o le bodycam, la sua storia – oggi simbolo delle falle del sistema – sarebbe stata diversa?

Il contesto internazionale dimostra che un’altra strada è possibile, e che anzi l’Italia rappresenta un’eccezione. La maggior parte dei Paesi europei da anni ha scelto la via della documentazione e della tracciabilità come garanzia per tutti: cittadini, manifestanti e forze dell’ordine. 

Cosa succede all’estero
In molti Paesi europei bodycam e codici identificativi non sono una concessione politica, ma una routine amministrativa. In Francia le “caméras-piéton” sono operative dal 2013: poliziotti e gendarmi ne sono dotati in modo capillare e ogni agente deve esibire il codice identificativo “Rio” anche durante le operazioni di ordine pubblico. L’obiettivo dichiarato è duplice: ridurre i conflitti e produrre documentazione verificabile degli interventi. 

In Germania, dopo le prime sperimentazioni a Francoforte nel 2013, quasi tutti i Länder hanno introdotto bodycam come dotazione standard, con programmi di estensione pluriennali. Non una misura emergenziale, ma una politica strutturata. 

In Belgio oltre 4.000 bodycam sono operative tra polizie locali e federale. Nuove norme regolano attivazione, conservazione dei filmati e uso probatorio. 

Nel Regno Unito sono parte integrante della divisa da anni, con l’idea che l’occhio elettronico protegga anche gli agenti da accuse infondate. 

Quanto ai codici identificativi, Paesi come Spagna e Francia prevedono numeri univoci visibili durante le operazioni di piazza. 

Il Parlamento europeo ha più volte sollecitato standard comuni per facilitare l’accertamento delle responsabilità individuali nei casi di violenza. 

La normativa attuale da noi
In questo quadro, l’Italia appare un’eccezione: niente identificativi personali nei reparti mobili, bodycam sperimentate ma non strutturalmente obbligatorie. E così, dopo ogni episodio, il dibattito riparte. 

Sul piano normativo, l’uso delle bodycam da parte delle forze di polizia nel nostro Paese è stato formalizzato con il Decreto Sicurezza 2025 (convertito nella Legge 80/2025), che ha autorizzato la dotazione di dispositivi di videoregistrazione indossabili per il personale impegnato nei servizi di ordine pubblico, controllo del territorio e vigilanza di obiettivi sensibili. Non si tratta però di una registrazione continua: le telecamere possono essere attivate solo in presenza di situazioni concrete di rischio, turbamento dell’ordine pubblico o commissione di reati. 

La disciplina si coordina con il D.Lgs. 51/2018, che recepisce la direttiva europea sulla protezione dei dati in ambito penale, e con i pareri del Garante per la protezione dei Dati personali, che hanno imposto limiti stringenti: immagini e audio devono essere criptati, conservati in sistemi sicuri, accessibili solo a personale autorizzato e per un periodo di tempo definito. Le registrazioni non possono essere utilizzate per finalità diverse dalla prevenzione e dall’accertamento dei reati. 

In sostanza, oggi le bodycam sono previste dalla legge e possono essere utilizzate, ma non sono obbligatorie in ogni servizio né automaticamente attive in tutte le operazioni di ordine pubblico. Il quadro normativo rappresenta un passo avanti rispetto al passato, ma lascia ancora margini operativi – dall’attivazione alla gestione delle immagini – che alimentano il confronto tra esigenze di trasparenza e tutela della privacy. 

“Non è questione di mele marce”
Proprio da queste colonne, avevamo già raccontato la vicenda di Paolo Scaroni. Il 24 settembre 2005, al termine della partita Verona-Brescia, l’uomo, allora 27enne, fu coinvolto negli scontri avvenuti alla stazione ferroviaria di Verona Porta Nuova tra tifosi e forze dell’ordine. Durante un’operazione di contenimento del Reparto Mobile, Scaroni venne colpito ripetutamente mentre si trovava a terra. Riportò un grave trauma cranico, entrò in coma e subì danni neurologici permanenti, con un’invalidità totale riconosciuta. 

Il procedimento penale che ne seguì vide imputati otto agenti del VII Reparto Mobile di Bologna con l’accusa di lesioni gravissime. Il Tribunale di Verona li assolse per insufficienza di prove. La Corte d’Appello confermò l’assoluzione: secondo i giudici, non fu possibile individuare con certezza quali tra gli agenti presenti avessero materialmente colpito Scaroni. L’elemento decisivo fu l’impossibilità di attribuire responsabilità individuali oltre ogni ragionevole dubbio. 

La giustizia civile ebbe un esito diverso: lo Stato fu condannato a risarcire Scaroni con circa 1,4 milioni di euro per i danni subiti. Il risarcimento riconobbe la gravità delle lesioni e la responsabilità dell’intervento, ma non comportò condanne penali personali per i singoli agenti. 

È su questo punto che si inserisce oggi la riflessione di Scaroni. Rivedendo le immagini degli scontri di Torino, l’uomo racconta a TPI: «Quando ho visto quelle immagini ho sentito riaprirsi la ferita di vent’anni fa. Ho rivisto scene agghiaccianti». E collega direttamente la sua vicenda al tema della tracciabilità: «Se quel giorno ci fossero stati codici identificativi o bodycam, forse sarebbe stato possibile sapere chi ha fatto cosa». Scaroni contesta l’esito del processo: «Ho ricevuto un risarcimento. Ma non ho visto responsabilità personali. Questo è quello che mi pesa». 

Alla domanda se oggi consideri la polizia un’istituzione capace di proteggere i cittadini, risponde: «In generale sì». La sua battaglia, spiega, non è contro la divisa in sé, ma contro l’opacità: «La trasparenza protegge tutti, anche gli agenti per bene». «Io non ho avuto giustizia. Ho ricevuto solo un’indennità economica. Gli agenti che mi hanno distrutto la vita sono ancora al loro posto. Alcuni sono stati promossi. Questo mi tormenta». 

Il problema, osserva, è strutturale: «Non è una questione di mele marce. È un sistema che non permette di individuare chi sbaglia. Servono strumenti di trasparenza per proteggere i cittadini ma anche gli agenti per bene». La sua vicenda riapre una domanda che attraversa vent’anni di cronaca italiana: la trasparenza avrebbe potuto cambiare l’esito? 

“Violenza crescente”
La questione non va vista come una presa di posizione “contro la polizia”. Deve essere letta in modo diverso: strumenti di tracciabilità possono aiutare a distinguere comportamenti corretti da eventuali abusi. Possono tutelare gli agenti durante gli scontri. Possono tutelare chi manifesta pacificamente. Possono offrire ricostruzioni oggettive in caso di polemiche. Rinunciare a questi strumenti significa davvero rinunciare alla trasparenza? Oppure le resistenze hanno motivazioni concrete? 

Sul tema dei codici identificativi, la linea del Siulp, il sindacato unitario dei lavoratori di polizia, non è cambiata. «Assolutamente no, non è cambiata», spiega a TPI il segretario generale Felice Romano. «Anzi, con gli ultimi accadimenti si è rafforzata». Romano cita Torino, Milano, Roma, ma anche la Val di Susa, dove – osserva – l’impegno per garantire l’ordine pubblico dura da anni e comporta costi enormi per lo Stato. «Oggi forse i media non danno più la stessa attenzione, ma ci sono situazioni che non si sono mai fermate». 

Il punto, per il sindacato, è distinguere nettamente tra diritto di manifestare e violenza organizzata. «Nessuno mette in discussione il diritto alla protesta. Un conto è venire in piazza con slogan e tamburi per esprimere il proprio pensiero. Altro è organizzare agguati di guerriglia preordinata con regia militare». 

Secondo Romano, il problema non riguarda solo contesti simbolici come la Val di Susa. «Riguarda anche Milano. Che cosa c’entra andare a sfasciare gli uffici immigrazione della Questura per protestare contro uno sgombero?». 

Alla domanda se strumenti come i codici identificativi possano essere utili anche a tutela degli agenti, il segretario ribalta l’impostazione: «Non so, ci dovremmo difendere? In una democrazia il rapporto di fiducia tra forze dell’ordine e cittadini è fondamentale. Ma questo non può comportare la messa in soggezione delle forze dell’ordine per mille o duemila delinquenti che mettono a rischio la  sicurezza delle città». 

Il riferimento è anche a episodi recenti. «Arrivare a una manifestazione con fuochi pirotecnici lanciati contro gli operatori, come è accaduto a Milano, significa avere premeditato conseguenze gravissime». E aggiunge: «Non avvertiamo condanne nette verso questi comportamenti. Spesso vediamo giustificazioni. Il risultato è che il livello della violenza si alza». 

C’è poi un tema che per Romano è molto importante: «È aumentato il clima d’odio. Un nostro rappresentante, ferito negli scontri a Milano, aveva accettato un’intervista. Poi ci ha chiamato dicendo che aveva paura di esporsi, di esporre la famiglia. Questo è il clima che si registra». Secondo Romano, il problema dell’ordine pubblico non può essere attribuito esclusivamente alle forze di polizia. «Se autorizzo una manifestazione con un percorso e qualcuno decide di andare altrove, non è colpa di chi fa il servizio. Avere il diritto di manifestare non significa fare quello che si vuole». 

Il sindacalista propone anche una soluzione diversa dall’inasprimento penale: «Non è con il carcere che si risolve il problema. Bisogna attaccare la tasca. Se durante una manifestazione autorizzata non vengono rispettate le prescrizioni, bisogna prevedere sanzioni amministrative pesanti per gli organizzatori». Secondo Romano, questo avrebbe un effetto anche educativo, coinvolgendo le famiglie dei minorenni coinvolti in atti vandalici. 

«In tutto questo – aggiunge – ci si dimentica che noi siamo l’anello debole nel garantire non solo chi manifesta, ma anche chi quella manifestazione la subisce, chi deve lavorare, muoversi, spostarsi. Chi si sente limitato non prende un fucile e spara. Eppure una parte dei manifestanti usa la violenza». È su questo quadro che si fonda la contrarietà ai codici identificativi: nella visione del sindacato, rischierebbero di esporre ulteriormente gli operatori in un contesto già conflittuale.

Diversa – e nettamente favorevole – la posizione sulle bodycam. «Noi le abbiamo rivendicate», afferma Romano. «Non solo per l’ordine pubblico, ma anche per il controllo del territorio. Noi siamo per le bodycam sempre. Tutti gli interventi». Il Siulp le considera una tutela per i cittadini, ma anche per gli stessi operatori. «In un corpo di 95mila persone nessuno può mettere la mano sul fuoco su tutti. Sapere che ogni intervento viene registrato è un deterrente per tutti. Anche per chi, magari, può essere più esuberante». 

Romano richiama anche il peso delle conseguenze giudiziarie per gli agenti: «Un procedimento penale è una tragedia. Ci sono colleghi costretti a vendersi la casa per pagare le spese legali. Il problema non è solo la somma, ma la procedura per ottenere la tutela». C’è poi quello che definisce «il tritacarne mediatico»: immagini parziali che circolano sui social, frame estrapolati e diffusi senza contesto. «È giusto che il Garante della privacy si preoccupi di dove vanno a finire le immagini e chi le utilizza. Ma non si può impedire la registrazione degli interventi quando oggi chiunque può riprendere tutto con un telefonino e far circolare solo ciò che gli interessa». 

Romano cita anche Pasolini: «Non si possono bandire i coltelli. Bisogna punire chi li usa male». Allo stesso modo, sostiene, non si possono vietare strumenti di registrazione per il rischio di un uso distorto; occorre piuttosto regolamentarli con rigore. 

Alla domanda se esista una resistenza politica, il segretario risponde che la considera soprattutto culturale. «Continuiamo ad agire con un preconcetto legato a un passato difficile. E la sicurezza è diventata terreno di scontro politico». «La polizia – conclude – dovrebbe intervenire quando qualcuno delinque, non essere trasformata in strumento di campagne politiche». 

Prudenza politica
Il Decreto Sicurezza del 2025 prevede un ampliamento delle dotazioni tecnologiche e nuovi stanziamenti per le bodycam. Non introduce però un obbligo generalizzato di utilizzo nei reparti mobili né disciplina in modo automatico l’attivazione durante le operazioni di ordine pubblico. Quanto ai codici identificativi, non sono previsti interventi normativi. 

La posizione della maggioranza di governo resta prudente, anche alla luce delle contrarietà espresse dalle rappresentanze sindacali. 

Resta quindi aperta una domanda di fondo: l’Italia sta scegliendo un modello di tutela centrato sull’inasprimento delle pene, oppure intende affiancare a questo una riforma strutturale degli strumenti di trasparenza? La discussione, dopo Torino, è tornata al centro. Se resterà un confronto episodico o si tradurrà in una scelta sistemica, è il punto su cui si misurerà la prossima stagione dell’ordine pubblico.

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