Era il 20 gennaio 2025 quando, a Washington, Donald Trump giurava per la seconda volta come presidente degli Stati Uniti. In prima fila, nella Rotonda del Campidoglio, sedevano Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Sundar Pichai e non lontano c’erano anche Sam Altman e Peter Thiel. A dodicimila chilometri di distanza, a Hangzhou, Liang Wenfeng si godeva lo spettacolo in televisione. Cresciuto in un villaggio del sud della Cina, aveva fondato la sua startup di intelligenza artificiale appena due anni prima e quello stesso giorno aveva scelto di immettere sul mercato DeepSeek R1, un modello scaricabile liberamente da chiunque, il cui addestramento, a suo dire, era costato appena sei milioni di dollari. Al confronto, i programmi dei suoi principali rivali statunitensi come OpenAI e Google avevano richiesto qualche miliardo di investimenti.
Allora Wall Street bruciò 750 miliardi di dollari di capitalizzazione in pochi giorni e le azioni di un gigante come Nvidia persero in una sola seduta il 17%, 590 miliardi volatilizzati in qualche ora, forse il più grande crollo in un singolo giorno nella storia della borsa statunitense. Il mondo aveva appena scoperto che la corsa all’intelligenza artificiale non era appannaggio esclusivo degli americani e che forse l’intera narrazione del «chi investe di più, vince» era una gigantesca bolla. Qualche mese dopo divenne chiaro che ai calcoli di Liang Wenfeng mancava più di uno zero. Ma i nomi e i numeri coinvolti danno l’idea dell’importanza di questa industria, al di là e al di qua del Pacifico, diventata ormai la più potente, la più finanziata e la più politicamente rilevante del Pianeta. Dietro le cifre però, ci sono sempre le persone.
L’uomo più in vista
Cominciamo da chi, più di ogni altro, incarna questa stagione. Sam Altman, poco più di quarant’anni, non ha mai completato gli studi universitari. Nato nel 1985 a Chicago, cresciuto a St. Louis nel Missouri, ha abbandonato Stanford dopo due anni per fondare Loopt, una startup di geolocalizzazione con cui ha fatto fortuna, vendendola per 42 milioni nel 2012, ben al di sotto delle aspettative. Eppure è diventato il personaggio più influente dell’intero settore dell’IA negli Stati Uniti, grazie alla capacità di saper vendere il futuro come nessun altro. A 30 anni era già presidente di Y Combinator, la più influente fucina di startup al mondo degli ultimi decenni, dove ha affinato un talento raro: non scrivere codici ma convincere chiunque a investire sulle sue idee.
OpenAI, la società che dirige, ha appena chiuso un round di finanziamento record da 122 miliardi di dollari, con una valutazione di 852 miliardi e un fatturato di 2 miliardi al mese mentre il suo prodotto di punta, ChatGPT, conta 900 milioni di utenti a settimana. Il suo patrimonio personale è più difficile da quantificare, vista la labirintica struttura proprietaria della no-profit OpenAI, ma le stime più prudenti lo collocano intorno ai tre miliardi di dollari, destinati a crescere in caso di quotazione della sua creatura.
Eppure i soldi, in questa storia, sono quasi un dettaglio perché il vero capitale di Altman è relazionale. In due giorni di presidenza Trump, era già alla Casa bianca, accanto al presidente mentre annunciava un progetto da 500 miliardi dollari per fare degli Usa la capitale mondiale dell’IA. A maggio scorso, ha accompagnato la delegazione presidenziale in Arabia Saudita, dove ha incontrato il principe Mohammed bin Salman e la sua OpenAI ha discusso finanziamenti con il Fondo sovrano di Riad per quasi mille miliardi di dollari. A luglio era negli Emirati Arabi, dove si costruiranno nuovi enormi data center malgrado le perplessità per la sicurezza nazionale americana. Non male per un imprenditore che nel 2016 appoggiò Hillary Clinton e che fino all’anno scorso era considerato un donatore di punta dei democratici, finché a luglio non si è dichiarato «politicamente senza casa». Ma per uno come Altman il potere non è ideologia, è contatto quotidiano.
Il professore responsabile
C’è poi chi ha scelto una strada diversa. Dario Amodei ha 42 anni ed è nato a San Francisco ma la famiglia del padre viene da Massa Marittima. Ha un dottorato in fisica computazionale a Princeton e una carriera che sembrava destinata all’accademia. Invece nel 2016 è entrato in OpenAI, diventando poi vicepresidente delle attività ricerca finché non ha rotto i rapporti con Altman nel 2021. La versione ufficiale parla di divergenze sulla sicurezza dell’IA, quella ufficiosa di frizioni di potere interne. Fatto sta che poco dopo ha fondato la rivale Anthropic, portandosi via una squadra di undici persone, inclusa sua sorella minore Daniela, oggi presidente della società.
Il suo patrimonio personale non è pubblico ma anche solo una piccola quota percentuale della sua azienda vale una fortuna. L’ultimo round di finanziamento da 30 miliardi di dollari, chiuso a febbraio, ha portato a 380 miliardi la valutazione di Anthropic, con 14 miliardi di ricavi annui, mentre il suo modello Claude conta almeno 18 milioni di utenti.
Ma, oltre al prodotto, ciò che distingue Amodei dai suoi pari è soprattutto la postura pubblica. A giugno, dalle colonne del New York Times, si è scagliato contro una proposta che avrebbe bloccato la regolamentazione statale dell’IA per dieci anni. Poche settimane prima aveva avvisato che il suo settore avrebbe potuto eliminare metà degli impieghi disponibili per i neoassunti negli Usa nei prossimi cinque anni, portando la disoccupazione al 10-20%. A febbraio ha auspicato un rapporto tra esseri umani e IA in cui le macchine «vogliano il meglio per noi», conservando comunque la nostra libertà. Non a caso a inizio anno si è scontrato con il Pentagono che chiedeva di usare il suo programma senza limiti a scopi militari, venendo bollato come un «pericolo» per la sicurezza e riuscendo per ora ad avere ragione in tribunale dell’amministrazione Usa. Ma la battaglia non è finita e per tradurre le parole in azione, Anthropic ha donato 20 milioni di dollari al comitato Public First Action, che sostiene candidati al Congresso favorevoli alla regolamentazione del settore.
Il miliardario del caos
Elon Musk, invece, è un capitolo a parte. Figlio di un ingegnere sudafricano e di una modella canadese, nato e cresciuto a Pretoria con un’infanzia che lui stesso descrive come infelice, il 54enne arrivò negli Usa nel 1992 con 80mila dollari e qualche idea. Oggi, invece, è considerato l’uomo più ricco del mondo e forse della storia. Il suo patrimonio oscilla in base al valore delle sue azioni, alle sue dichiarazioni pubbliche e all’umore dei mercati ma ha ormai superato gli 800 miliardi di dollari.
Dopo aver rivoluzionato il mondo dei pagamenti con PayPal insieme ad altri futuri padroni della tecnologia come Peter Thiel; quello dei razzi con SpaceX; e quello delle auto elettriche con Tesla; vuole farlo anche con l’intelligenza artificiale. Per questo nel 2023 ha fondato xAI e trasformato in soli 122 giorni una fabbrica Electrolux abbandonata a Memphis nel supercomputer più grande del mondo, “Colossus”, con duecentomila GPU Nvidia, lanciando a luglio il suo Grok 4, che conta fino a 600 milioni di utenti al mese. A gennaio l’azienda ha raccolto 20 miliardi di dollari di finanziamenti da investitori come Nvidia, Cisco, il fondo sovrano del Qatar e quello tecnologico di Abu Dhabi MGX, con una valutazione complessiva stimata in almeno 230 miliardi. Il mese successivo ha firmato un contratto da quasi duecento milioni col Pentagono subito dopo che Anthropic ne era stata estromessa. D’altronde, in qualità di principale finanziatore dell’ultima campagna presidenziale di Donald Trump, i suoi rapporti con la Casa bianca arrivano al cuore dell’attuale amministrazione Usa, di cui nel primo semestre dell’anno scorso ha fatto anche parte come capo del dipartimento Doge, piazzando suoi giovani fedelissimi qui e là.
Il Bianconiglio di Meno Park
Un altro che, nonostante la giovane età, cerca di “riciclarsi” nel settore dell’IA è il 41enne Mark Zuckerberg. Attraverso Meta, il patron di Facebook, Instagram e WhatsApp possiede un impero da tre miliardi di utenti e un patrimonio da circa 200 miliardi di dollari.
Quando i modelli cinesi, a partire da DeepSeek, hanno scalzato il suo gruppo dalla leadership nei modelli scaricabili liberamente e il suo Llama 4 non ha recuperato terreno, il miliardario ha investito 14,3 miliardi di dollari nelle idee di Alexandr Wang, il 28enne co-fondatore di Scale AI, per creare un nuovo laboratorio interno sulla super-intelligenza. Accanto a lui Zuckerberg ha messo Nat Friedman, ex amministratore delegato di GitHub, e almeno una cinquantina tra i migliori ricercatori che è riuscito strappare ai concorrenti, inclusi tre ex membri del team di Google DeepMind che avevano vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi internazionali di Matematica. Ma per il patron di Meta, l’IA non è solo soldi.
Anch’egli ex figura di spicco liberal e oggi tra i finanziatori di Trump, l’uomo che ha costruito la sua fortuna sullo sfruttamento dei dati altrui attraverso i social predica ora prudenza sulla super-intelligenza artificiale. Forse perché in ritardo come il Bianconiglio o per semplice scrupolo morale, l’ideatore del brand «move fast and break things» (Muoviti velocemente e rompi qualcosa, ndr) ha scoperto che ci sono cose che, una volte rotte, non si aggiustano.
Il custode dell’impero
Mentre Zuckerberg corre per inseguire il futuro, Sundar Pichai cerca di non perdere il presente. Nato nel 1972 a Madurai, nel sud dell’India, e cresciuto in un appartamento senza camera da letto, dove lui e suo fratello dormivano in salotto, Pichai è arrivato negli Usa con una borsa di studio a Stanford e un biglietto aereo che costava più del reddito annuo di suo padre. Ingegnere all’IIT di Kharagpur, un MBA alla Wharton, è entrato in Google nel 2004, dove ha costruito Chrome e guidato Android, prima di diventare a.d. nel 2015. Il suo patrimonio supera il miliardo, con retribuzioni che in alcuni anni hanno raggiunto quasi i 200 milioni tra stipendi e stock option.
La sfida che si trova ad affrontare è la più paradossale del settore: Google ha inventato molte delle tecniche su cui si basa l’intelligenza artificiale moderna, eppure è proprio l’IA a minacciare il suo impero. I chatbot stanno infatti insegnando al mondo a fare domande senza cliccare su nessun link e ogni risposta generata da un assistente virtuale è un’inserzione pubblicitaria in meno. Sotto la sua guida, Google DeepMind ha rilasciato Gemini 3, il modello più capace mai prodotto dall’azienda, integrato nel motore di ricerca, in Gmail e altri servizi come Google Docs. La sua Alphabet vale oltre 3.500 miliardi di dollari. Ma controllare quasi tutto il mercato delle ricerche online, Pichai lo sa meglio di chiunque, non è una rendita eterna.
Il figlio di Taiwan
Se Altman, Amodei, Musk, Pichai e Zuckerberg sono il volto, Jensen Huang è la spina dorsale dell’IA. Jensen Huang è nato nel 1963 a Tainan, sull’isola di Taiwan ma a dieci anni i genitori lo spedirono nel Kentucky, prima da uno zio e poi in un collegio dove, ha raccontato lui stesso, imparò a parlare inglese e a giocare a biliardo quasi in contemporanea. Quindi si laureò in ingegneria elettrica alla Oregon State, prima di prendere un master a Stanford. Lavorò come ingegnere ad AMD e poi alla LSI Logic. Nel 1993, a soli 30 anni, fondò Nvidia in un fast food di San Jose con due colleghi e un capitale iniziale di 40mila dollari.
Oggi il suo patrimonio personale stimato supera i 120 miliardi e la sua giacca di pelle, indossata a ogni conferenza e incontro con capi di Stato e dipendenti è ormai un simbolo riconoscibile quanto il dolcevita di Steve Jobs. La sua azienda vale oltre 4.310 miliardi di dollari e se fosse un Paese farebbe parte del G7. Anche perché per l’intelligenza artificiale i suoi chip sono come il petrolio: nessuno può farne a meno, da Google, a Meta, a OpenAI. Nell’ultimo trimestre dell’anno scorso, l’azienda ha registrato 68,1 miliardi di ricavi con una crescita annua del 73%.
Il problema di Huang è che il suo prodotto è diventato un’arma diplomatica. Tra dazi negli Usa, limiti alle esportazioni in Cina e trattative dirette fra Trump e Xi, è stato tre volte a Pechino soltanto l’anno scorso. A maggio, era anche lui a Dubai insieme ad Altman. A luglio, ha ottenuto la revoca del divieto di vendita dei chip H20 alla Cina, in cambio del 15% delle vendite al governo statunitense, ma Pechino ha risposto picche. Ormai, suo malgrado, si è trasformato in un ambasciatore senza portafoglio. Non male per un ragazzo arrivato da Taiwan con una valigia.
Il signore dei chip
Se Jensen Huang vende i chip, Che-Chia Wei li fabbrica. Senza la sua Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) non avremmo né Nvidia, né Apple, né AMD. Quasi ogni smartphone, processore di ultima generazione e unità per l’intelligenza artificiale passa infatti dalle sue fabbriche.
Nato nel 1952, Wei è un ingegnere elettronico con un dottorato alla Yale University ed è entrato in TSMC nel 1998 dopo una carriera nel settore dei semiconduttori che lo aveva già portato ai vertici del settore. Diventato amministratore delegato nel 2018 e presidente nel 2024, ha portato la valutazione odierna di TSMC oltre i 1.460 miliardi di dollari, mentre il suo patrimonio personale supera di poco il mezzo miliardo. I numeri sono da capogiro, con ricavi in aumento del 20,5% annuo nel quarto trimestre del 2025 fino a 33,73 miliardi e un utile netto in crescita del 35% su base annua, fino a 16 miliardi. La ragione è semplice: ogni grande modello di IA richiede chip sempre più potenti e TSMC è l’unica al mondo in grado di produrre i più avanzati. Tuttavia, la concentrazione di questa capacità in un’isola contesa con la Cina, che la considera una provincia ribelle, ha trasformato l’azienda nel punto di massima tensione della guerra tecnologica tra Washington e Pechino e Wei in una figura chiave per l’equilibrio globale. A marzo infatti ha annunciato un investimento di altri 100 miliardi di dollari negli Usa, il più grande, singolo investimento diretto estero nella storia americana, con tre nuovi stabilimenti da costruire in Arizona, oltre ai 65 miliardi già impegnati. «L’IA sta ridisegnando le nostre vite», spiegò allora. «La tecnologia dei semiconduttori rappresenta le fondamenta su cui si costruiscono le nuove capacità». D’altronde l’uomo che ha in mano il futuro non ha bisogno di venderlo.
Il padrone del cloud
Nemmeno Andy Jassy è il tipo che finisce sulle copertine patinate, eppure gestisce l’infrastruttura tecnologica probabilmente più pervasiva del Pianeta. Nato nel 1968 a Scarsdale, vicino New York, figlio di un avvocato, laureato ad Harvard in economia e poi alla Harvard Business School, è entrato in Amazon nel 1997, quando la piattaforma era ancora poco più di una una libreria online, e da allora non se n’è più andato. Nel 2003 ha convinto Jeff Bezos a costruire Amazon Web Services, la divisione cloud che oggi genera la maggior parte dei profitti dell’intero colosso delle consegne, prendendo poi nel 2021 il posto del fondatore come amministratore delegato.
Il suo patrimonio stimato si aggira intorno ai 500 milioni di dollari, ben lontano dalle vette raggiunte da Bezos e Musk, ma è soprattutto grazie a lui che oggi Amazon vale oltre 2.250 miliardi in borsa. AWS infatti è il fornitore cloud di riferimento per metà dell’Internet globale e sotto la sua guida, Amazon ha scommesso sull’intelligenza artificiale, lanciando servizi come Amazon Bedrock AgentCore, Amazon Nova e Amazon Q. Jassy ha anche provato a sfidare Nvidia con il programma Trainium, annunciando a dicembre un supercomputer da centinaia di migliaia di unità, in collaborazione con Anthropic. Nei suoi magazzini poi ha schierato Vulcan, il primo robot dotato del senso del tatto mentre quasi tre quarti delle consegne nel mondo è ormai assistito dalla robotica. Tanto che a giugno, in una nota interna ai dipendenti, ha annunciato una riduzione della forza lavoro impiegatizia per i prossimi anni, man mano che adotterà strumenti di IA generativa. Così il padrone di uno dei maggiori datori di lavoro privati al mondo ha dichiarato, senza giri di parole, che le macchine sostituiranno i colletti bianchi. D’altra parte il suo ex capo, Jeff Bezos, un altro neo-convertito al trumpismo, sta lavorando a un fondo da 100 miliardi di dollari per acquisire fabbriche e usare l’intelligenza artificiale per automatizzarle.
Il drago di Hangzhou
Dall’altra parte del Pacifico invece c’è chi ha altre ambizioni. Cresciuto in un villaggio del Guangdong, il 41enne Liang Wenfeng ha studiato informatica all’università dello Zhejiang sotto la guida di Xiang Zhiyu, un ricercatore i cui brevetti coprono non solo la navigazione autonoma a scopo civile ma programmi per il controllo di sciami di droni militari, sistemi di acquisizione dei bersagli e navigazione in ambienti dove il GPS è stato neutralizzato. Non a caso, la prima pubblicazione accademica di Liang riguardava, nel 2011, gli algoritmi di tracciamento dei bersagli attraverso telecamere motorizzate, controllabili da remoto.
Dopo la laurea, ha trascorso anni a costruire strategie di trading algoritmico con i colleghi universitari, fondando High-Flyer, un hedge fund con sede a Ningbo. Prima ancora delle restrizioni imposte dagli Usa nel 2022, Liang aveva investito decine di milioni in hardware, accumulando chip Nvidia, anche se resta poco chiaro come li abbia ottenuti. Il codice di addestramento dei modelli IA di Deepseek, da lui fondata nel 2023, non è mai stato reso pubblico, rendendo impossibile ogni verifica. Le spedizioni di chip Nvidia a Singapore però sono passate da 10 a 17,4 miliardi di dollari tra il 2023 e il 2024, e la stessa azienda statunitense ha ammesso che «la maggior parte» di questi «era diretta a destinazioni diverse da Singapore». Possibilmente quindi anche in Cina.
Ma DeepSeek non è solo una startup ambiziosa, è un gioiello incastonato nel “Corridoio per l’Innovazione di Chengxi”, il progetto con cui la Repubblica popolare vuole fare di Hangzhou la Silicon Valley cinese, redatto «nello spirito del pensiero di Xi Jinping». D’altra parte, nonostante le smentite ufficiali, ovunque sia scaricata, pare che l’app continui a inviare dati ai server di Tencent e Alibaba in Cina. Motivo per cui una decina di Paesi in tutto il mondo, Italia inclusa, hanno imposto una serie di restrizioni al suo utilizzo. Anche se il patrimonio personale di Liang è sconosciuto, il 41enne ha costruito qualcosa di più prezioso dei miliardi, dimostrando che persino nel settore dell’IA è ancora la narrazione a contare.



