Il miracolo spagnolo di Pedro Sanchez

Mentre sovranisti e conservatori avanzano in tutto il mondo, i progressisti guardano alla Spagna di Pedro Sanchez come a un modello da studiare e replicare. I motivi sono molteplici, a partire da quelli economici che hanno fatto del Paese iberico un vero e proprio laboratorio, soprattutto se confrontato con il paradigma dominante in Europa, secondo cui salari minimi alti, tutele del lavoro e investimenti pubblici ostacolano la crescita.

Agenda progressista
Dal 2018, anno in cui il governo Sanchez è entrato in carica, l’esecutivo iberico ha promosso un’agenda economica che combina aumento del salario minimo, rafforzamento delle tutele del lavoro e massicci investimenti pubblici.
Uno dei pilastri del cosiddetto “modello spagnolo”, nonché uno degli interventi più significativi utili a capire perché si parla di “miracolo” economico, è senza dubbio la riforma del lavoro approvata nel 2021 ed entrata in vigore nel 2022. A differenza del passato, l’obiettivo del governo di Madrid non era aumentare la flessibilità a tutti i costi, ma ridurre la precarietà strutturale del mercato del lavoro spagnolo, storicamente caratterizzato da un uso massiccio dei contratti temporanei.
Questa è proprio l’essenza della riforma: limitare i contratti a termine, incentivando quelli a tempo indeterminato. Le aziende, infatti, possono ricorrere ai contratti a tempo determinato solo in casi ben definiti, come esigenze produttive temporanee o sostituzioni. La riforma, inoltre, ha introdotto nuovi strumenti di contratti stabili ma flessibili attraverso il “fijo discontinuo” (fisso discontinuo), pensato in particolar modo per i lavoratori stagionali come nel settore del turismo e dell’agricoltura. Altro punto chiave della riforma del lavoro è la contrattazione collettiva attraverso il ripristino del principio secondo cui i contratti nazionali prevalgono su quelli aziendali in materia salariale e rafforzando il potere negoziale dei lavoratori e dei sindacati. Inoltre, è stata reintrodotta la cosiddetta “ultra-attività”, che impedisce la scadenza automatica dei contratti collettivi in assenza di rinnovo. I risultati sono stati immediati: in pochi mesi, infatti, Madrid ha visto una trasformazione strutturale del proprio mercato del lavoro. Se la Spagna prima era uno dei Paesi europei con il più alto tasso di lavoro temporaneo, in poco tempo ha invertito la tendenza aumentando la quota di contratti a tempo indeterminato e diminuendo la precarietà.
Il risultato? Nel 2026, per la prima volta nella sua storia, la Spagna ha raggiunto oltre 22 milioni di occupati. Un risultato festeggiato dal governo, secondo cui, dal 2018 a oggi, sono stati registrati quasi 3,4 milioni di nuovi lavoratori. Nel 2025, la Spagna ha generato circa la metà di tutti i nuovi posti di lavoro dell’Unione mettendo in discussione l’idea, assai diffusa in Europa, secondo cui maggiore protezione del lavoro equivalga automaticamente a minore dinamismo economico.
Tra gli elementi chiave del “modello Sanchez” c’è il salario minimo che, dal 2018, è aumentato di oltre il 50 per cento. La misura è passata da 736 euro a oltre 1.180 euro lordi mensili, equivalenti a circa 1.381 euro lordi al mese su 12 mensilità, che corrispondono a circa 16.576 euro lordi annui. Il salario minimo, contrariamente alle previsioni più ortodosse, non ha frenato l’occupazione ma ha anzi contribuito a rafforzare domanda interna e salari più bassi. L’aumento dei salari e la maggiore sicurezza occupazionale hanno sostenuto i consumi delle famiglie, creando un circolo virtuoso tra redditi, spesa e produzione. Questo approccio contrasta con il modello basato sulla compressione salariale e sull’export come unico motore della crescita, che ha caratterizzato altri Paesi europei negli anni successivi alla crisi del 2008.

Investimenti pubblici
Gli investimenti pubblici giocano un ruolo centrale nella crescita economica della Spagna. Madrid è tra i principali beneficiari del programma Next Generation Eu. Il Paese iberico, infatti, ha ricevuto 69,5 miliardi di euro in sovvenzioni e può accedere anche a prestiti aggiuntivi portando il totale potenziale a oltre 160 miliardi di euro. Queste risorse sono state investite dal governo di Pedro Sanchez non come semplice stimolo, ma come leva strategica per guidare la transizione energetica, la digitalizzazione e la modernizzazione industriale. Questo ha permesso al Paese di diventare in breve tempo uno dei più avanzati in Europa nella produzione di energia rinnovabile.
A oggi, infatti, oltre il 50 per cento dell’elettricità spagnola proviene da fonti rinnovabili, con picchi che superano il 60 per cento in alcuni mesi. C’è una forte crescita di eolico e solare, che sono diventati i pilastri del sistema energetico, e un rapido sviluppo dell’idrogeno verde. Una parte dei fondi del Next Generation Eu è stata indirizzata alla sostenibilità del turismo, la digitalizzazione di hotel, musei e servizi e valorizzazione del turismo culturale e interno. Il risultato è che oggi la Spagna è un gigante del turismo mondiale. Il Paese iberico, infatti, è tra le prime due destinazioni turistiche al mondo per arrivi internazionali (insieme a Francia e Stati Uniti) nonché una delle principali economie turistiche in Europa. Il settore, dopo il crollo causato dalla pandemia di Covid, ha registrato una forte ripresa arrivando a registrare, nel 2025, il record di 97 milioni di visitatori stranieri con un aumento del 3,5 per cento rispetto al 2024. Questo ha portato a una spesa complessiva da parte dei visitatori esteri di 134,7 miliardi di euro, con un aumento del 6,8 per cento rispetto all’anno precedente. Un aumento esponenziale che genera senza dubbio occupazione rapida, attira valuta estera e sostiene le economie locali ma che ha anche i suoi punti critici, tra cui l’overtourism e l’aumento dei prezzi immobiliari.

Postura internazionale
Ma il “miracolo” spagnolo non si esaurisce nella dimensione economica. Sul piano internazionale, infatti, il governo Sanchez ha cercato di ritagliarsi un ruolo più attivo, mantenendo un saldo ancoraggio europeo ma con una crescente attenzione al Mediterraneo e all’America Latina. Pur proponendosi come interlocutore affidabile nelle dinamiche dell’Unione Europea, Madrid ha cercato di costruire un profilo autonomo e riconoscibile. Pedro Sanchez si è smarcato dal target Nato del 5 per cento per la spesa militare, fissando il limite al 2,1 per cento. Questo ha creato delle frizioni con il presidente statunitense Donald Trump, che ha minacciato ritorsioni. Frizioni che si sono ripetute quando il primo ministro spagnolo ha condannato l’attacco israelo-statunitense all’Iran negando l’utilizzo delle basi americane sul territorio spagnolo. Ancora prima, il governo iberico si era contraddistinto per aver denunciato il genocidio palestinese, mostrato contrarietà all’intervento militare Usa in Venezuela e proposto il riconoscimento dello Stato della Palestina, decisione, quest’ultima, che ha provocato la rottura diplomatica tra Spagna e Israele con la revoca dell’ambasciatrice spagnola a Tel Aviv.

Tutela dei diritti
Uno degli elementi che rafforzano l’immagine della Spagna come “laboratorio progressista” è la questione relativa ai diritti civili. Negli ultimi anni, infatti, il governo Sanchez ha proposto una serie di riforme che collocano la Spagna tra i Paesi più avanzati in Europa in materia di diritti. Tra questi vi è il rafforzamento delle politiche di uguaglianza di genere, leggi contro la violenza maschile sulle donne, ampliamento dei diritti per la comunità Lgbtq+, riconoscimento dell’autodeterminazione di genere e l’approvazione del progetto di riforma dell’articolo 43 della Costituzione che blinda il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Tuttavia, questi temi sono diventati anche terreno di scontro in Spagna con un aumento della polarizzazione politica e culturale, oltre che la forte opposizione da parte dei partiti conservatori. In sostanza, ciò che all’estero viene spesso visto come avanzamento civile, in patria è diventato terreno di scontro acceso.

Il paradosso
Veniamo, così, al vero e proprio paradosso Sanchez. Se in Europa il primo ministro spagnolo viene percepito come il “faro del progressismo”, in Patria, il consenso del leader PSOE è in calo, seppur in risalita nelle ultime settimane. Il governo, infatti, è esposto a una forte polarizzazione interna, alle tensioni territoriali e a un’opposizione particolarmente aggressiva. Sanchez, infatti, deve fare i conti con un’emergenza abitativa che colpisce soprattutto le nuove generazioni e con una serie di inchieste per corruzione che coinvolgono figure chiave del Partito Socialista spagnolo nonché la moglie di Sanchez, Begoña Gómez. Fattori che, uniti alla fragile maggioranza del governo in Parlamento, stanno mettendo a rischio una possibile riconferma del primo ministro nel 2027.

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