Nascere poveri nei paesi ricchi: il rapporto che smonta il mito del merito

C’è una favola che il capitalismo avanzato racconta a se stesso per non dover rispondere dei propri fallimenti: l’illusione che l’ascensore sociale funzioni ancora e che il talento sia l’unica variabile per il successo. «Basta l’impegno», diciamo ai nostri figli. Ma il quartiere in cui nasci e il conto in banca dei genitori hanno ricominciato a pesare più dei libri che studi. 

È il vicolo cieco di una meritocrazia apparente, una narrazione mistificatoria che Domenico De Masi denunciava come un paravento per giustificare i privilegi di partenza, alimentando ansia e infelicità collettiva. Il ventesimo Report Card dell’Unicef Innocenti trasforma quella critica in una certezza scientifica. 

Il rapporto analizza 44 Paesi classificati ad alto reddito o membri dell’Ocse. Paesi in cui diamo per scontate molte cose, perché siamo abituati a pensare che la povertà infantile sia un problema altrove, nei Paesi in via di sviluppo, non qui. Il report dice che ci sbagliamo: più di un terzo dei quindicenni nei Paesi esaminati non raggiunge le competenze di base in lettura e matematica, più di un bambino su quattro è in sovrappeso, molti ragazzi dichiarano una bassa soddisfazione per la propria vita. E tutto questo accade mentre i nostri Paesi continuano a crescere economicamente, ad accumulare ricchezza nelle mani di chi ne ha già abbastanza.

Città che separano
Chi vive in una grande città questo squilibrio lo avverte ogni giorno, sulla propria pelle, anche senza i dati di un rapporto internazionale. Nelle metropoli moderne la disparità economica si è tradotta in una violenta segregazione dello spazio: si legge nei prezzi degli affitti, nella qualità delle scuole, nella presenza o assenza di parchi e trasporti. È il fenomeno della gentrificazione, che riserva i centri storici e i quartieri verdi a una cerchia ristretta, espellendo le famiglie a medio e basso reddito verso periferie sempre più lontane e prive di servizi. 

Così, l’esodo urbano verso centri più piccoli e sostenibili non è più il capriccio di pochi benestanti, ma una strategia di sopravvivenza per chi cerca di sottrarre i propri figli a una competizione sociale ed economica che non lascia più scampo. Perché la disuguaglianza estrema inquina il clima collettivo per tutti, non solo per chi sta in fondo. Rende le relazioni più fragili, la convivenza più tesa, la solidarietà più rara. 

Uno dei punti più dirompenti del Report Card 20 è proprio questo: anche la distanza sociale, il divario tra chi ha molto e chi ha poco, produce effetti negativi sull’intera collettività. Nei Paesi in cui quel divario è più ampio, anche i bambini delle classi medie mostrano livelli di stress più alti, risultati scolastici peggiori, minor soddisfazione per la propria vita rispetto ai coetanei che crescono in contesti più egualitari, come quelli scandinavi. La disuguaglianza è un problema di tutti. 

Il Report Card 20, presentato dai ricercatori Gwyther Rees, Research Manager Health and Well Being, e Alessandro Carraro, Research Specialist dell’Unicef Innocenti di Firenze, costruisce una classifica su tre dimensioni: salute fisica, benessere mentale, competenze accademiche e sociali. 

In cima ci sono Paesi Bassi, Danimarca e Francia. L’Italia è 12esima su 37, con una performance disomogenea: decima per salute mentale, 10esima per salute fisica, 25esima per le competenze. Un Paese che va discretamente bene su qualcosa e male su qualcos’altro, e il divario tra i due estremi segue il reddito delle famiglie con una fedeltà che dovrebbe far riflettere. 

«La disuguaglianza influisce profondamente sul modo in cui i bambini imparano, su ciò che mangiano e su come vivono la vita», ha dichiarato Bo Viktor Nylund, direttore dell’Unicef Innocenti. «Per limitare gli effetti più gravi della disuguaglianza, dobbiamo investire con urgenza nella salute, nella nutrizione e nell’istruzione dei bambini delle comunità più vulnerabili». 

Gwyther Rees è ancora più diretto: «Il tasso di mortalità minorile è 1,7 volte più elevato nei Paesi più diseguali rispetto a quelli più uguali. In media, all’età di 15 anni, gli studenti più abbienti hanno il doppio delle probabilità di possedere competenze scolastiche di base rispetto agli studenti meno abbienti. È un divario molto grande». 

Scala mobile ferma
Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia, lo dice in modo che non lascia margine di ambiguità: «La fortuna di un bambino in Italia dipende ancora troppo dal reddito di chi lo ha messo al mondo». 

È la descrizione di una scala mobile bloccata, di un sistema in cui nascere in una famiglia povera non è uno svantaggio temporaneo da superare con l’impegno, ma una condizione che tende a riprodursi. 

Quasi un bambino italiano su quattro vive al di sotto della soglia di povertà, uno dei tassi più elevati in Europa. Il quintile più ricco della popolazione guadagna 5,35 volte il reddito del quintile più povero. 

Quello che il report mostra con chiarezza è che il problema non riguarda solo chi sta in fondo. È che nelle società dove il divario tra ricchi e poveri si allarga, la mobilità sociale si blocca per tutti. I figli dei poveri restano poveri, ma anche i figli della classe media faticano a salire. La ricchezza si eredita, e così la povertà. 

Alessandro Carraro lo documenta: «Le condizioni sociali di fatto si trasmettono di generazione in generazione. La povertà è rigida: se nasci in una famiglia che ha meno opportunità da offrire, parti già svantaggiato anche sui banchi di scuola». 

Classi di istruzione
C’è stato un tempo in cui la scuola pubblica era considerata il grande livellatore, il luogo in cui il figlio dell’operaio e il figlio del professionista sedevano allo stesso banco e avevano, almeno in teoria, le stesse opportunità. Quel tempo, se mai è esistito davvero, sembra lontano. 

Il Report Card 20 certifica che la scuola oggi spesso amplifica le differenze che i bambini portano con sé da casa. In Italia il 57% dei quindicenni raggiunge un livello minimo di competenza sia in matematica che in lettura. Tra gli adolescenti del quintile socio-economico più basso quella percentuale scende al 45%, mentre nel quintile più alto sale all’84%. Un divario di 39 punti percentuali, tra i più grandi nell’apprendimento riscontrabili nei dati italiani. La fotografia di un sistema che parte da condizioni radicalmente diverse e non riesce a compensare. 

Il paradosso italiano aggiunge un ulteriore strato: i nostri adolescenti passano sui libri molto più tempo rispetto ai coetanei stranieri, con ben l’83% dei quindicenni che studia più di un’ora al giorno a casa (una delle percentuali più alte d’Europa). Eppure, i risultati scolastici restano nella metà bassa della classifica e continuano a ricalcare fedelmente la mappa della ricchezza familiare.

Studiare di più non basta, se le condizioni di partenza sono profondamente diverse. I bambini lo sanno, e lo dicono. Lo dicono nelle testimonianze raccolte in sei Paesi per questo rapporto, la prima edizione della serie a includere la voce diretta dei ragazzi attraverso una ricerca partecipativa. 

«Ci sono scuole in cui, quando una ragazza è rom, siccome sono abituati al fatto che le ragazze rom non studiano, le mettono in classi di recupero anche se prendono buoni voti», racconta una bambina in Spagna.  I ragazzi riconoscono il meccanismo con una lucidità che molti adulti si sognano. 

Mondo dentro e mondo intorno
C’è una parte del rapporto che riguarda quello che succede dentro le case, nel corpo e nella testa dei bambini, nel tempo che passa tra la scuola e il sonno. Lo stress economico dei genitori pesa sui figli in modo diretto, concreto. I genitori che non arrivano a fine mese sono genitori più tesi, meno presenti nel senso pieno della parola. I bambini che crescono in quella tensione si trovano in uno stato di allerta costante che toglie energia allo studio, al gioco, alla costruzione di relazioni sane. 

Carraro lo ha documentato nei dati: i bambini delle famiglie meno abbienti subiscono «episodi di bullismo più frequenti» e uno stigma legato alla qualità dei vestiti, al benessere materiale visibile, «e questo si ripercuote sul loro benessere mentale». Può sfociare in isolamento, in tristezza, nei casi peggiori in aggressività, che è sempre, anche quando non lo sembra, una risposta a qualcosa che non si riesce più a tenere dentro. 

E poi c’è il mondo intorno al bambino: la disponibilità di spazi sicuri per giocare, per studiare, per riposare. Se vivi in una casa sovraffollata, in un quartiere senza parchi, se frequenti una scuola che cade a pezzi, parti in una condizione di svantaggio che nessuna buona volontà individuale riesce a colmare. Vivere in un ambiente degradato rovina anche la dignità: un bambino che si vergogna della propria casa non invita gli amici, si isola, e quell’isolamento alimenta una forma di esclusione silenziosa, invisibile alle statistiche, ma che lascia segni profondi. Lo dicono i bambini stessi nelle testimonianze raccolte in Italia, Svizzera, Colombia: «Me ne vado in un angolo e piango»; «diventi triste o hai pensieri brutti»; e, nei casi più estremi, ragazzi che parlano di autolesionismo e violenza come unica risposta a un mondo che li esclude. 

C’è poi il lavoro retribuito degli adolescenti, che il rapporto chiama «invisibile» perché nessuno lo conta davvero, e pochissimi lo mettono in relazione con i risultati scolastici. 

Il 32% dei quindicenni nei Paesi Ocse lavora prima o dopo la scuola. Per i ragazzi che vengono da famiglie agiate, quel lavoretto è un’esperienza formativa, una scelta. Per i ragazzi che vengono da famiglie in difficoltà economica è una necessità: contribuire alle spese di casa, coprire le proprie. Quel tempo sottratto allo studio e al riposo allarga il divario che già esisteva, lo consolida.

In Italia il 22% dei quindicenni delle famiglie svantaggiate svolge piccoli lavori retribuiti, contro il 14% dei coetanei più benestanti. Il cibo Il 27% dei bambini e adolescenti italiani tra i 5 e i 19 anni è in sovrappeso. Un dato che non dipende dalla pigrizia né dall’ignoranza delle famiglie, contrariamente a quello che certa retorica pubblica lascia intendere. Dipende dai prezzi. Mangiare cibo ultra-processato, le merendine, i prodotti confezionati che durano settimane, costa meno che comprare frutta e verdura fresca ogni giorno. 

Carraro spiega il meccanismo: «Chi non può fare la spesa ogni giorno deve concentrare l’acquisto una volta a settimana e di conseguenza tende a preferire alimenti confezionati. Questo poi si scarica sulla salute fisica dei bambini. È un effetto collaterale delle disuguaglianze».

I dati italiani ci dicono che tra gli 11 e i 15 anni, il 22% dei ragazzi provenienti da famiglie a basso reddito consuma verdura ogni giorno, contro il 39% di quelli con famiglie ad alto reddito. La frutta: 32% contro 40%. Le bevande zuccherate invertono la direzione: 18% nelle famiglie meno abbienti, 12% in quelle più ricche. Possibilità economiche diverse che producono abitudini diverse, e poi producono corpi diversi, e poi producono vite diverse. 

Quello che i bimbi sanno
Questa edizione del Report Card è la prima della serie a includere la voce diretta dei ragazzi attraverso una ricerca partecipativa vera e propria: dieci focus group condotti in sei Paesi con ragazzi e ragazze di 13 e 14 anni, provenienti da contesti socioeconomici diversi. 

La Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che guida l’azione dell’Unicef, ha tra i principi generali proprio quello dell’ascolto e della partecipazione dei bambini. Qui è stato applicato sul serio. Quello che i bambini dicono va spesso oltre i dati. Parlano di vergogna, di esclusione, di come il sistema (la scuola, il governo, i servizi) funzioni in modo diverso a seconda di chi sei e da dove vieni. Hanno nominato le strutture, non solo le persone. 

Un bambino in Spagna ha detto: «È la stessa cosa con l’economia. Si considera normale che le persone dipendano troppo dai soldi, ma io penso che i soldi non siano così necessari. È solo che alle cose viene dato un prezzo, sia letteralmente che figurativamente. Stabilire un prezzo per le cose quando vivere dovrebbe essere libero, perché se sei in questo mondo, non hai scelto tu». 

Un adolescente in Colombia racconta che suo fratello ha dovuto lasciare la scuola per accudire il padre malato e contribuire alle spese mediche. 

Una bambina in Irlanda spiega che quando i tuoi amici ti invitano fuori e tu non hai soldi, ti ritrovi esclusa. Un ragazzo in Svizzera propone di dare ai bambini il diritto di voto. 

Della scuola, i bambini dicono anche questo: in Colombia ci sono istituti in cui chi non ha soldi non può entrare. In Spagna i licei sanzionano chi mastica una gomma, ma non fanno nulla contro le molestie. Denunce precise, che descrivono un doppio standard che i ragazzi vedono chiaramente, e che fa loro del male anche quando non lo nominano così. 

Scelte politiche
Il report va oltre la diagnosi. Le raccomandazioni ai governi sono chiare: migliorare le misure di protezione sociale, gli assegni familiari, i sussidi per l’infanzia, il salario minimo; sostenere le comunità più vulnerabili con alloggi a canone agevolato e infrastrutture nei quartieri poveri; affrontare le disuguaglianze nelle scuole riducendo la segregazione socioeconomica, garantendo personale e attrezzature adeguati indipendentemente dal contesto, assicurando pasti scolastici sani; coinvolgere i bambini nel dibattito, chiedere ai ragazzi di cosa hanno bisogno per stare meglio invece di progettare leggi chiusi nei palazzi. Sono cose che si fanno, stabilmente, nei Paesi che occupano la cima della classifica. 

I nidi privati hanno rette inaccessibili per la maggior parte delle famiglie. D’estate le famiglie vengono lasciate sole. Il congedo di paternità è troppo limitato per redistribuire il peso della cura. Scelte politiche sedimentate nel tempo, e come tali possono essere cambiate. 

Senza un rapporto come questo, un governo può sempre dire: l’economia cresce, i bambini stanno bene. Il Report Card 20 di Unicef risponde: l’economia cresce, ma un bambino su quattro è in sovrappeso e uno su tre non capisce quello che legge. 

Si stanno sbagliando le priorità. Scelte politiche sedimentate nel tempo, e come tali possono essere cambiate. 

Domenico De Masi sosteneva che una società che non garantisce l’equità è destinata all’infelicità collettiva. Forse la cosa più straordinaria di questo rapporto è che a saperlo per primi sono stati i bambini, quelli che nessuno aveva ancora davvero ascoltato.

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