In ogni guerra c’è chi guadagna e c’è chi perde, anche in quelle che sembrano destabilizzare l’intero ordine mondiale. Anche nel conflitto in Iran. L’escalation in Medio Oriente e il conseguente blocco dello stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, stanno ridisegnando gli equilibri geopolitici ed economici globali. E mentre l’Occidente tenta di evitare lo scenario peggiore, ovvero quello di uno shock energetico, alcuni attori internazionali stanno trasformando la crisi in Medio Oriente in un vero e proprio vantaggio.
I calcoli di Mosca
È il caso della Russia di Putin che, nonostante gli sforzi bellici ed economici dopo quattro anni di guerra in Ucraina, che hanno provocato un Pil in ribasso e il deficit in aumento, le sanzioni imposte dall’Occidente per l’invasione di Kiev e l’isolamento politico, oggi si ritrova di nuovo al centro della scena internazionale grazie alla decisione di Trump e Netanyahu di attaccare l’Iran, peraltro alleato storico di Mosca. Allo stato attuale, infatti, non si può non considerare la Russia come una delle principali vincitrici dell’escalation in Medio Oriente. Secondo il Financial Times, a marzo, quindi subito dopo l’inizio dell’offensiva israelo-statunitense in Iran, Mosca ha guadagnato fino a 150 milioni di dollari al giorno in entrate di bilancio extra dalle vendite di petrolio. Ad aprile, la Russia ha incassato 9 miliardi di dollari dalle vendite di petrolio: il doppio dei ricavi petroliferi che Mosca aveva prima della guerra. Ogni rialzo del greggio si traduce in miliardi di dollari per Putin, che può contare anche su un allentamento delle sanzioni statunitensi, e che così può continuare a finanziare lo sforzo bellico sostenendo un’economia che, seppur in difficoltà, ha dimostrato una resilienza superiore alle aspettative occidentali. Quando il prezzo del petrolio sale, infatti, aumentano automaticamente anche le entrate derivanti dalle esportazioni russe di greggio, gas e prodotti raffinati. Mosca, infatti, ha ri-orientato il proprio export energetico verso Asia, Africa e Medio Oriente, trovando nuovi acquirenti disposti a ignorare, o aggirare, il sistema sanzionatorio imposto da Stati Uniti ed Europa. C’è un numero piuttosto eloquente in merito ed è quello relativo all’India, la cui domanda è aumentata del 50%.
Ma il fattore energetico non è l’unico che sta favorendo la Russia. Mosca, infatti, sta beneficiando anche del fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati abbiano consumato più missili di difesa Patriot dall’inizio del conflitto con l’Iran di quanti ne abbia ricevuti Kiev dal 2022, anno dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia. «Immaginate se entrassimo nella stagione invernale e i russi riuscissero ad accumulare una grande scorta di missili balistici per poi lanciarli contro le infrastrutture ucraine, le grandi città e le installazioni militari», ha dichiarato Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center, a Foreign Policy Live. «Sarebbe un problema serio».
L’avanzata di Pechino
Non si può parlare di Russia, Iran e Stati Uniti senza ovviamente menzionare la Cina. La situazione di Pechino non è certo così favorevole rispetto a Mosca ma, paradossalmente, il Paese di Xi Jinping, alla lunga, potrebbe rivelarsi il vero grande vincitore della guerra in Iran. Questo nonostante Pechino intrattenga ancora rapporti stretti con il regime iraniano e sia penalizzato dal blocco dello stretto di Hormuz dal momento che la Cina importa circa il 75% del petrolio che utilizza, di cui la metà arriva proprio dal Medio Oriente. Pechino, oltre a disporre delle maggiori riserve strategiche mondiali di petrolio, continua a comprare enormi quantità di petrolio russo a prezzi ribassati, consolidando una relazione economica e geopolitica sempre più strategica con Mosca. Il vantaggio cinese non è solamente economico ma anche di natura politica, diplomatica e militare. Pechino, infatti, viene percepito come un attore più pragmatico e meno interventista rispetto agli Stati Uniti. Così, mentre Washington viene accusata di aver perso capacità di mediazione e influenza, la Cina tenta di accreditarsi come potenza stabilizzatrice e partner commerciale affidabile. Nelle stesse ore in cui Donald Trump arrivava a Pechino per incontrare Xi Jinping, il Washington Post pubblicava un articolo, sulla base di un’inchiesta esclusiva derivante da un rapporto dell’intelligence statunitense, in cui si sottolineava come la Cina stesse “approfittando” della guerra in Iran per rafforzare propria posizione strategica nei confronti degli Stati Uniti in ambito militare, economico e diplomatico. Nel rapporto, a cui hanno avuto accesso funzionari statunitensi citati dal quotidiano, viene sottolineato come il conflitto in Medio Oriente stia consumando risorse militari statunitensi, in particolar modo munizioni e capacità operative, che potrebbero essere necessarie in un potenziale confronto con la Cina nell’Indo-Pacifico. Come sottolineato precedentemente, anche nel rapporto di intelligence si evidenzia come Pechino stia traendo vantaggi diplomatici presentandosi sempre di più come una potenza responsabile e non interventista. Inoltre, secondo il quotidiano, la Cina, attraverso le sue aziende tecnologiche, starebbe utilizzando strumenti di intelligenza artificiale per analizzare le operazioni militari statunitensi, rafforzandosi, così, in eventuali e ipotetici scenari futuri competitivi.
Negli ultimi anni, inoltre, la leadership cinese ha investito molto nella costruzione di una rete globale di relazioni economiche attraverso la Nuova Via della Seta, accordi infrastrutturali e investimenti strategici. L’instabilità energetica globale rischia paradossalmente di rafforzare questa posizione, soprattutto nei confronti di Paesi emergenti alla ricerca di alternative all’ordine economico dominato dall’Occidente.
Le perdite di Bruxelles
Se la crisi in Medio Oriente si sta trasformando o possa trasformarsi in un’opportunità per Russia e Cina, altrettanto non si può dire per l’Europa che appare come la grande sconfitta. Il Vecchio Continente, infatti, paga una fragilità strutturale: l’elevata dipendenza energetica dall’estero e l’assenza di una vera politica comune in materia di sicurezza energetica.
Dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina, l’Unione Europea ha progressivamente abbandonato il gas russo, sostituendo le forniture di Mosca con importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, dal Qatar e da altri prodotti internazionali. Questo ha avuto un impatto enorme sui costi: il caro-energia ha alimentato l’inflazione e, di conseguenza, aumentato il costo della vita per milioni di cittadini, oltre ad aver indebolito la competitività industriale europea. Secondo quanto dichiarato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in soli 60 giorni la spesa per l’importazione di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro, con una perdita stimata di circa 500 milioni di euro al giorno.
La preoccupazione maggiore è ovviamente per un eventuale shock energetico che potrebbe verificarsi se il blocco dello stretto di Hormuz dovesse perdurare. La prolungata riduzione del traffico marittimo, infatti, farebbe aumentare, così come già accaduto, i prezzi del petrolio e del gas con effetti immediati e devastanti su bollette, trasporti e produzione industriale. Proprio il settore dell’industria è quello che preoccupa di più: settori energivori quali chimica, acciaio, automotive e manifattura stanno già affrontando una crescente concorrenza internazionale da parte di economie che possono contare su costi energetici più bassi. Un ulteriore aumento dei prezzi, dunque, rischierebbe di accelerare processi di delocalizzazione e perdita di competitività.
La postura di Washington
In questo scenario come si collocano gli Stati Uniti? In una via di mezzo. Il crollo delle forniture arabe, infatti, ha dato una spinta alla forza produttiva statunitense nel settore energetico grazie allo shale gas e al gas naturale liquefatto. Gli Usa, infatti, hanno registrato 4,5 miliardi di dollari di ricavi aggiuntivi grazie allo shale gas. Tuttavia, come detto precedentemente, se economicamente gli Usa riescono a beneficiare della crisi in Medio Oriente, diverso è il discorso diplomatico, politico e militare in cui l’America rischia di pagare un prezzo alto. La guerra all’Iran ha innanzitutto intaccato pericolosamente le scorte militari statunitensi: secondo i calcoli del Center for Strategic and International Studies (Csis) gli Stati Uniti hanno consumato almeno il 45% del loro arsenale di missili a guida di precisione; il 50% delle riserve di intercettori per sistemi Thaad e Patriot; il 30% delle scorte di missili da crociera Tomahawk; il 20% dei missili aria-terra a lungo raggio e circa il 20% degli intercettori Sm-3 e Sm-6 per il sistema Aegis. Il conflitto contro Teheran, inoltre, danneggia la credibilità internazionale dell’America, oltre ad aver incrinato i rapporti tra Washington e alcuni partner, come il Regno Unito.
Solo sul lungo periodo, però, potremmo dire realmente chi ha vinto e chi ha perso. Le crisi energetiche, infatti, non producono solamente effetti economici immediati, ma, come visto, ridefiniscono alleanze, spostano equilibri geopolitici e accelerano trasformazioni già in corso. Certo è che Russia e Cina più di tutte sembrano aver compreso che il nuovo mondo si costruisce anche attraverso il controllo delle risorse energetiche, delle catene logistiche e delle infrastrutture strategiche, mentre l’Europa, ancora una volta, appare schiacciata tra lentezza decisionale, dipendenza energetica e difficoltà nel definire una strategia comune. Il risultato? Mentre Mosca incassa e Pechino consolida la propria influenza, il conto più pesante rischia di pagarlo il Vecchio continente.



