Il filosofo Lorenzo Marsili a TPI: “Usa e Cina trattano da pari. L’Europa è sul menu”

Il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino non è stato soltanto un passaggio diplomatico tra Stati Uniti e Cina. Secondo Lorenzo Marsili, direttore del Berggruen Institute Europe, ha segnato soprattutto il riconoscimento della Cina come potenza pari agli Stati Uniti. Una vittoria per Pechino, ma anche un segnale d’allarme per l’Europa, che rischia di restare schiacciata tra le due grandi potenze del secolo. Marsili osserva la Cina da una posizione particolare: dirige la sede europea di un istituto occidentale presente anche a Pechino e lavora da anni sui rapporti tra Europa, Cina e governance globale. La sua lettura è netta: la Cina non vuole necessariamente “fagocitare” l’Occidente sul piano militare, ma sul piano industriale ed economico sta già mettendo l’Europa sotto pressione. E se l’Unione europea non riuscirà a parlare con una voce sola, il destino del continente sarà quello di diventare «terreno di estrazione coloniale» per Washington e Pechino.
Dopo il vertice con Xi Jinping, Trump è tornato a Washington con una vittoria vera o con una televisiva?«A Pechino è stato messo in scena il mutuo riconoscimento di due grandi potenze. Questa è naturalmente una vittoria per la Cina, che si vede riconosciuta dagli Stati Uniti come suo pari. È anche un’accettazione della realtà geopolitica ed economica da parte americana: l’indebolimento di Donald Trump e, più in generale, la marginalizzazione dell’economia americana nel mondo. Il problema è che da questo summit a uscire veramente sconfitta, secondo me, è l’Europa».
In che senso l’Europa esce sconfitta? Siamo sul menu di Trump e Xi invece che al tavolo?«Evidentemente le due superpotenze, che si riconoscono come pari, vedono nell’Europa il principale territorio di estrazione economica. È una cosa che sta già accadendo davanti ai nostri occhi. Da una parte Donald Trump, con i dazi che impone alla nostra industria; dall’altra la Cina, con un surplus commerciale aumentato negli ultimi mesi e pari a oltre 300 miliardi l’anno, che sta contribuendo alla deindustrializzazione dell’economia europea. In questo momento l’Europa è nella posizione delle città-Stato italiane del Rinascimento: belle, ricche, ma pronte a diventare terra di estrazione coloniale di Francia, Spagna e Austria».
È una visione molto negativa, non proprio quella che i governi europei amano raccontare.«Il problema è proprio quello dei governi. Non è un caso che il governo cinese rivolga sempre grandi congratulazioni ai governi nazionali europei — penso a Pedro Sánchez, a Friedrich Merz, chiaramente al governo ungherese — e invece attacchi la Commissione europea e l’Unione europea. Lo stesso fa Trump, che attacca principalmente le istituzioni comunitarie. Il motivo è semplice: tanto la Cina quanto gli Stati Uniti vogliono un’Europa degli Stati-nazione e non un’Europa unita. Gli Stati nazionali europei devono andare con il cappello in mano a Washington e a Pechino, mentre da Bruxelles si prova a parlare da pari a pari, da grande potenza a grande potenza. Evidentemente né la Cina né gli Stati Uniti vogliono che l’Europa diventi una grande potenza e quindi una loro pari. Gli Stati nazionali europei, mantenendo l’Unione divisa, non permettono l’emergere di questa grande potenza. Così ci consegnano nelle mani dell’estrazione coloniale delle due uniche grandi potenze».
Siamo già in guerra economica con la Cina, anche se continuiamo a chiamarla competizione?«C’è il rischio molto concreto dell’apertura di un conflitto commerciale tra Europa e Cina. Il surplus commerciale cinese è insostenibile per l’industria europea: banalmente, ci porterebbe a non essere più un continente industriale. La debolezza che l’Europa ha mostrato nei confronti degli Stati Uniti di Donald Trump sul tema dei dazi è stata notata da Pechino. Ora l’Europa sta discutendo strumenti per costringere le imprese cinesi non solo a venderci prodotti, ma anche a investire nell’economia europea e ad assumere lavoratori europei. E tutte le comunicazioni che arrivano dai giornali cinesi in questi giorni dicono: se ci provate, reagiamo in maniera dura e ferma. Hanno capito che l’Europa si spaventa, come si è spaventata con Trump. Se noi non teniamo la barra dritta e accettiamo di essere spaventati, temo che gioco forza le condizioni saranno quelle di una guerra commerciale».
Il problema è che l’Europa sembra continuare ad agire in ordine sparso. Ogni Stato cerca la propria via diplomatica, spesso bilaterale, con Washington o Pechino.«Io penso che in questo momento storico siamo davanti a un bivio chiarissimo: o ci facciamo grande potenza continentale, oppure noi europei, che il colonialismo lo abbiamo inventato, diventiamo colonia delle nuove grandi potenze».
Torniamo a Trump e Xi. Lei dice che si sono riconosciuti reciprocamente come grandi potenze. Pechino ha ormai smesso di sentirsi inferiore agli Stati Uniti?«Assolutamente. La Cina è giustamente orgogliosa e giustamente convinta di essere pari agli Stati Uniti. Tutti gli indici economici e tecnologici lo confermano. Quello che mancava era l’accettazione di questo fatto da parte della controparte americana. Donald Trump, in buona misura, quella accettazione l’ha concessa. Questa è una novità e cambia i termini del dialogo tra le due potenze. Tra l’altro li cambia non necessariamente in negativo. È stato interessante notare che Scott Bessent, il ministro dell’Economia americano, ha aperto a una cooperazione tra Stati Uniti e Cina sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale e dei suoi rischi esistenziali. Non è stato molto riportato, ma è un passaggio importante. Questo cosa significa? Che tra pari, paradossalmente, si può pensare di cooperare. Un’America che invece deve tenere la Cina un gradino più in basso, come suo inferiore, ha chiaramente più difficoltà ad aprirsi alla cooperazione».
Subito dopo il vertice con Trump, Xi ha ricevuto Putin a Pechino. Il messaggio è che la Cina può parlare con Washington senza per questo mollare Mosca?«Xi Jinping ha dimostrato al mondo che tutti vanno alla corte della Città proibita per incontrarlo: gli Stati Uniti, il suo opposto geopolitico, la Russia e nel frattempo tutta una serie di leader nazionali europei. Questo sta cementando la Cina nel ruolo che un tempo era quello degli Stati Uniti: il Paese indispensabile. Nessuno può fare a meno di avere un buon rapporto con la Cina. E se vuoi avere un buon rapporto con la Cina devi accettare le condizioni cinesi, devi rispettare gli interessi cinesi e non puoi pretendere che Pechino riservi ai tuoi nemici un trattamento diverso».
Cina e Russia hanno anche condannato gli attacchi all’Iran e il rapimento di Maduro. Sembra una dichiarazione fortemente anti-americana.«Più che anti-americana, direi che la Cina parla apertamente come si fa tra pari. Dice ciò che pensa e ciò che molte altre persone nel mondo pensano sulla guerra in Iran o sul sequestro di Maduro in Venezuela. È esattamente ciò che potremmo fare noi come Europa, invece di avere paura della nostra ombra e di autocensurarci nel dire la verità, o quantomeno nel dire quali sono i nostri interessi. Nel conflitto in Iran, per esempio, l’interesse europeo è farlo finire subito, anzi non averlo neanche fatto iniziare. Nella guerra commerciale con gli Stati Uniti, il nostro interesse sarebbe dire chiaramente ciò che ci conviene. E invece siamo costretti ad andare con il cappello in mano e a tessere quelle ridicole lodi che vediamo i nostri leader esporre a Washington nei loro incontri con Donald Trump. Vorrei che l’Europa facesse come la Cina: che acquisisse coscienza della propria forza e dicesse le cose come stanno, o almeno come le vede».
Perché l’Europa fa così fatica a collaborare e a diventare una voce unica? Perché sembra così difficile pensare oggi a un’Europa realmente unita?«Non so se sia davvero così difficile. Penso che sia evidente a sempre più cittadini e a sempre più leader che, in questa tenaglia tra America e Cina, l’Europa non ne esce se non si unisce. Ho una certa fiducia nel fatto che questa evidenza, così chiara e trasparente, possa filtrare anche a livello politico e trasformarsi in scelte di maggiore integrazione europea. I motivi per cui non ci riusciamo, però, sono due. Il primo è quello delle città-Stato italiane del Rinascimento: il campanilismo, la gelosia reciproca, l’orgoglio nazionale. Siamo state nazioni che hanno governato il mondo per tre secoli e ora ci ritroviamo a essere staterelli che non contano più nulla, ma facciamo finta di non vederlo. Continuiamo a dire “Francia”, “Italia”, come se fossero ancora categorie adeguate. Oggi dire Francia e Italia è un po’ come dire Puglia e Veneto: siamo piccole regioni di un mondo molto più integrato e molto più grande di noi».
Lei ha un punto di vista particolare, perché osserva la Cina anche da un istituto occidentale presente a Pechino. Che cosa si vede da lì che a Roma, Bruxelles o Washington ci sfugge?«Si vede una contraddizione. Da un lato, in Cina c’è una grande condiscendenza, se non addirittura un grande disprezzo, verso l’Europa. Faccio un esempio: parlando recentemente del sostegno relativo che la Cina starebbe dando alla Russia, la risposta che ho ricevuto è stata: “Noi non stiamo assolutamente sostenendo la Russia, perché se la Cina sostenesse davvero la Russia, avreste le truppe di Mosca a Parigi”. Questo tipo di risposta è molto comune tra gli interlocutori cinesi. Ci trattano come uno spazio geopoliticamente irrilevante e come uno spazio in declino. Dall’altro lato, però, e questa è la contraddizione interessante, c’è anche la richiesta di un’Europa più forte a livello mondiale. La Cina non vuole dividere il mondo soltanto tra America e Cina. Quando parla di multipolarismo, quel multipolarismo richiede effettivamente più poli. Una divisione del mondo solo tra America e Cina rischierebbe di andare anche a discapito dei rapporti che Pechino ha con il Sud globale. Quindi un’Europa più unita e più forte, in realtà, può andare a beneficio della visione strategica e geopolitica cinese. Questa cosa viene anche detta apertamente. Io più volte sento da un lato disprezzo, dall’altro mi sento dire: se voi vi uniste sarebbe meglio per voi e sarebbe meglio anche per noi, però non lo farete perché siete divisi, incapaci di capire che il mondo è cambiato. C’è questa contraddizione nello sguardo cinese sull’Europa: disprezzo, ma anche una speranza».
Veniamo alle terre rare e alle dipendenze strategiche. L’Occidente si è accorto troppo tardi di essere così vulnerabile?«Senz’altro. Fino a quattro anni fa avevamo messo la nostra sicurezza energetica in mano a Vladimir Putin e la sicurezza industriale dei nostri approvvigionamenti in mano a Xi Jinping. È qualcosa di cui abbiamo iniziato ad accorgerci da poco e che evidentemente consegna alla Cina un’arma molto forte in una possibile guerra commerciale con l’Europa. La Cina ha bisogno del mercato europeo: senza il surplus commerciale che realizza in Europa ci sarebbe una grandissima crisi economica in Cina. Però l’Europa non può permettersi di fare la voce troppo grossa. Faccio solo un esempio: i droni che dobbiamo costruire in numero sempre maggiore non riusciamo a farli senza componenti cinesi. Il rischio per noi è duplice: deindustrializzazione e dipendenza. Queste due cose si combattono insieme, con autonomia delle catene di approvvigionamento e autonomia industriale. E questo passa anche per una posizione più dura nei confronti della Cina rispetto a quella che abbiamo avuto nei confronti degli Stati Uniti».
C’è però un altro lato della questione cinese: la transizione verde. Molti osservatori raccontano una Cina molto avanzata su energie pulite, pannelli solari, batterie, auto elettriche. È così?«Il mondo deve ringraziare la Cina per i suoi investimenti nell’energia verde e nella transizione energetica. Noi forse non lo vediamo abbastanza, ma se in Africa, nel Sud dell’Asia e in America Latina si possono produrre percentuali sempre più alte di energia rinnovabile, questo è grazie all’innovazione tecnologica e al basso costo della produzione industriale verde cinese. Questo aspetto va a beneficio non solo dell’economia cinese, ma anche dell’abitabilità, della sostenibilità e della sopravvivenza del pianeta. Penso che tutti quanti dobbiamo ringraziare la Cina per questo. Detto ciò, qui si apre anche un orizzonte molto interessante di possibile collaborazione tra Europa e Cina. Abbiamo parlato molto della necessità di tenere una posizione dura nei confronti della sovrapproduzione industriale cinese e di reagire al commercio ineguale. Ma c’è anche un aspetto più positivo del rapporto tra Europa e Cina. Noi siamo le uniche parti del mondo che hanno sia la consapevolezza sia la capacità industriale per affrontare il cambiamento climatico. Forse, invece di litigare soltanto su quanti pannelli solari cinesi vengono venduti in Europa e parlare di sovrapproduzione, sarebbe molto interessante metterci insieme e capire come costruire un investimento mondiale nella transizione ecologica. Dovremmo costruire insieme le capacità finanziarie affinché tutto il mondo si doti di pale eoliche, pannelli solari e industria ecologicamente sostenibile, acquistandoli naturalmente tanto dalla Cina quanto dall’Europa. Potremmo essere un grande motore per il mondo, attraverso una nuova alleanza tra Europa e Cina».
La crisi nello Stretto di Hormuz e il dossier Iran mostrano però che il petrolio, anche se non rappresenta il futuro, ha ancora un potere decisivo sulla vita dei Paesi.«Lo ha ancora, e alcuni Paesi, tra cui gli Stati Uniti d’America, vorrebbero che continuasse ad averlo anche in futuro. Io penso invece che sia nostro interesse — sia nazionale, come italiani ed europei, sia planetario, come abitanti di questo pianeta — renderci autonomi il prima possibile dai combustibili fossili. Questa autonomia è nell’interesse nazionale europeo e cinese. È qualcosa su cui, secondo me, si può basare un rapporto alla pari tra Europa e Cina».
Quanto è avanti la Cina rispetto a noi su questo terreno?«La Cina è avanti su tutta una parte della filiera: batterie, pannelli solari, auto elettriche. È avanti per un motivo molto semplice: una ventina di anni fa ha deciso di investire in maniera molto significativa sulla transizione ecologica. Proprio mentre noi ci stavamo perdendo nell’austerità, nelle randellate in testa a Tsipras in Grecia, loro hanno fatto un altro calcolo. Hanno detto: qui non serve austerità, serve investire nelle industrie del domani. Lo hanno fatto e oggi sono all’avanguardia. Sono il primo produttore tecnologico mondiale dell’industria verde. Detto ciò, l’Europa mantiene ancora grandi capacità industriali, in parte anche superiori a quelle cinesi. Per esempio nell’eolico non siamo ancora indietro: direi che siamo pari. Nel nucleare, invece, siamo ancora avanti rispetto alla Cina. Ma questo cambierà. Il tempo è a favore della Cina: prima agiamo, migliori saranno le condizioni che possiamo ottenere in una nuova intesa tra Europa e Cina sulla transizione ecologica».
C’è poi Taiwan. In un’eventuale crisi, l’Europa in che posizione si troverebbe? Sarebbe pronta o scoprirebbe di dipendere troppo dalla Cina?«Questo è il calcolo cinese: che il costo di sanzioni economiche come quelle messe in campo contro la Russia sarebbe troppo alto per l’Europa. Al momento è in parte vero. Il costo per la Cina sarebbe enorme: la chiusura del mercato europeo significherebbe disoccupazione di massa in Cina, e per un regime autoritario questo significa grandi problemi. Però attualmente anche il costo per l’Europa sarebbe massiccio. Parliamo di blocchi industriali nella produzione di beni di prima necessità. Parliamo di componenti di farmaci anche salvavita, per cui dipendiamo quasi per l’80 per cento dalla Cina. Parliamo anche della nostra industria bellica, in un momento in cui si investe tanto in difesa: molte componenti, tra cui le terre rare ma non solo, vengono dalla Cina. Al momento, quindi, c’è una situazione di stallo. Un conflitto commerciale su una posizione cinese più dura verso Taiwan, secondo me, noi non siamo nelle condizioni di portarlo avanti di fronte all’opinione pubblica. Questo ci indebolisce, perché riduce la deterrenza europea e quindi aumenta la possibilità che quel conflitto accada. La nostra debolezza, se vogliamo dirla così, è pericolosa».
Guardando ai prossimi dieci anni, vede un mondo più americano, più cinese o semplicemente più caotico?«Pochi giorni fa leggevo un’intervista interessante in Cina a Yan Xuetong, politologo dell’Università Tsinghua di Pechino. Diceva che i prossimi dieci anni vedranno crescere il nazionalismo e la divisione del mondo tra potenze contrapposte, autonome e indipendenti. Dopodiché, secondo lui, si aprirà una fase in cui queste potenze dovranno ricostruire una nuova governance mondiale, perché problemi planetari come il cambiamento climatico e l’intelligenza artificiale richiedono nuove istituzioni mondiali o planetarie. Quindi, dopo questa prima fase di indurimento e contrapposizione, ci sarà una seconda fase di riconfigurazione del mondo, simile a quella avvenuta dopo la Seconda guerra mondiale».
Una fase dura, ma non necessariamente irreversibile? Non una traiettoria verso una guerra mondiale?«Sì. Noi abbiamo costruito l’ordine multilaterale delle Nazioni Unite, del Fondo monetario internazionale e dell’Organizzazione mondiale del commercio sulle ceneri della Seconda guerra mondiale. Io credo che il compito storico della nostra generazione sia ricostruire il mondo almeno a un livello simile a quello del secondo dopoguerra, senza che questa volta sia una guerra a forzarci la mano».
Dalla prospettiva cinese, quindi, dopo questa fase di tensione dovrebbe nascere un nuovo ordine mondiale?«Sì, anche perché bisognerà riconoscere la nuova realtà mondiale. Forse per noi è difficile capirlo, ma veniamo da trecento anni in cui l’Occidente era il centro del mondo. Passare a un mondo in cui tutti gli Stati sono uguali, o quantomeno in cui gli Stati più importanti non sono soltanto e non sono principalmente quelli occidentali, richiede tempo. Secondo gran parte del mondo non occidentale, e senz’altro secondo la Cina, quello che sta accadendo in questi anni, con le buone e con le brutte, è che l’Occidente sta capendo di essere ormai una provincia e non più il centro. Quando questo percorso sarà finito e tutti si considereranno pari tra le grandi potenze, allora ci si potrà sedere a un tavolo e costruire il mondo di domani. E a quel tavolo l’Europa deve esserci».
La Cina non ha l’interesse a fagocitare l’Occidente, ma piuttosto a costruire una convivenza di lunga durata?«Io credo che la Cina non abbia quell’aggressività e quell’espansionismo militare che stanno mostrando gli Stati Uniti in questi anni, al netto di ciò che considera suo territorio sovrano, quindi le isole attorno alla Cina. Naturalmente la Cina ha pieno interesse ad arricchirsi. E una delle maniere in cui ci si arricchisce a discapito dei partner commerciali è quello che sta accadendo adesso: la Cina industrialmente sta fagocitando l’Europa».
Quindi il rischio non è necessariamente militare, ma economico e industriale. Anche guardando all’Italia, molta “italianità” è stata venduta ed è stata comprata dalla Cina.«Questo deve essere veramente chiaro, soprattutto a noi italiani e a chi ci governa: senza uno scatto di reni, senza fare dell’Europa una delle grandi potenze mondiali, il destino del nostro Paese sarà quello di pulire le lenzuola sporche dei turisti cinesi e americani».
È una visione molto dura, soprattutto per le generazioni a venire.«Ma lo possiamo fare. Possiamo assolutamente diventare, unendoci, non soltanto una superpotenza, ma la superpotenza che aiuta il mondo a creare un nuovo ordine mondiale basato sul multilateralismo, sul rispetto dei limiti climatici e sulla governance condivisa. Il ruolo che l’Europa ha davanti a sé è storico. Possiamo aiutare a riconfigurare il mondo, anche facendo tesoro della nostra esperienza di due guerre mondiali. Oppure possiamo limitarci a pulire le lenzuola. È veramente una scelta vertiginosa».
E non sembra esserci molto tempo.
«No. Il momento è adesso».

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