Droni, IA, sensori, satelliti e armi autonome: l’arte della guerra algoritmica

Una novità che ha «cambiato il quadro globale» e potrebbe «minare le strutture di forza esistenti». Così, nel 2021, il politologo Francis Fukuyama analizzava l’impatto dei nuovi droni prodotti dalla Turchia, più piccoli e lenti rispetto ai sofisticati mezzi usati dagli Stati Uniti nella guerra al terrore, ma anche molto più economici. Le guerre dei successivi cinque anni, secondo molti esperti, hanno confermato che il modo di combattere è, almeno in parte, cambiato irrimediabilmente.
A innescare questa trasformazione è l’adozione di tecnologie che hanno introdotto «una nuova trasparenza» sui campi di battaglia. Lo sostiene la rivista britannica The Economist che ha dedicato una recente copertina alla “Nuova forma della guerra” esaminando i cambiamenti degli ultimi anni, in cui l’utilizzo di sensori e satelliti hanno reso i soldati ancora più vulnerabili, mentre l’impiego dell’intelligenza artificiale ha consentito agli eserciti di individuare e colpire in tempi rapidi una quantità di obiettivi prima inimmaginabile.

Dalla Siria all’Ucraina
Per quanto riguarda l’uso dei droni i primi segnali di questi cambiamenti risalgono al 2019, quando per la prima volta sono stati impiegati in Libia i TB-2 prodotti dalla turca Bayraktar, poi impiegati con successo anche in Siria e in Nagorno-Karabakh, dove l’Azerbaigian ha fatto uso massiccio dei mezzi turchi per sopraffare le difese armene. Questo nuovo modo di usare i droni si è affermato definitivamente dopo l’invasione russa dell’Ucraina a febbraio 2022, quando i TB-2 turchi hanno contribuito, insieme all’artiglieria, a bloccare l’avanzata dei carri armati russi verso la capitale Kiev.
Con il passare dei mesi sia le forze russe che quelle ucraine hanno aggiornato e adattato i droni alle esigenze della guerra. Così i velivoli senza pilota di fabbricazione turca hanno man mano lasciato spazio a mezzi di dimensioni più piccole e con capacità sempre maggiori, fino a diventare un pilastro della difesa ucraina, tanto da essere impiegati anche nella logistica per far arrivare cibo al fronte. Dall’altra parte la Russia ha fatto massiccio ricorso ai droni iraniani Shahed, siglando un accordo da 1,7 miliardi di dollari dopo l’invasione dell’Ucraina. Nel corso degli anni, le forze russe hanno perfezionato i droni iraniani dotandoli di motore a reazione, sistemi anti-jamming, telecamere e collegamento a piattaforme di intelligenza artificiale.
Una delle lezioni del fronte ucraino, secondo The Economist, è che in futuro le forze armate dovranno addestrarsi ed equipaggiarsi «per accecare, disturbare ed eludere le telecamere, i sensori e le munizioni che si trovano sopra e intorno a loro». Gli eserciti dovranno quindi dotarsi sempre di più di sistemi anti-drone e jammer per evitare che i soldati possano essere avvistati e colpiti e lasciare che sistemi senza pilota svolgano i compiti più disparati, «dalla ricognizione alla logistica».

Il mondo dopo il 7 ottobre
I cambiamenti degli ultimi anni non si sono limitati al solo fronte ucraino. Dal Libano, alla Striscia di Gaza fino all’Iran, l’arrivo dei droni ha cambiato il modo di combattere anche in Medio Oriente. Una regione che secondo la ricercatrice dell’International Institute for Strategic Studies,
Noor Hammad, è diventata «un terreno di prova» per le nuove tecnologie applicate alla guerra. A partire dalla Striscia di Gaza, dove secondo l’ong Euro-Med Human Rights Monitor l’esercito israeliano ha impiegato i droni «come strumenti di intimidazione psicologica, sorveglianza e uccisione diretta». Secondo quanto riporta il quotidiano israeliano Haaretz, sia a Gaza che in Libano i droni stanno assumendo un ruolo «sempre più centrale» nei combattimenti, diventando uno dei principali terminali di quell’infrastruttura di intelligenza artificiale sperimentata per la prima volta nell’enclave palestinese. Proprio la Striscia è considerata infatti il primo luogo in cui, già a maggio 2021, l’intelligenza artificiale era stata impiegata in maniera significativa, due anni e mezzo prima dell’inizio della campagna lanciata in risposta agli attacchi del 7 ottobre.
Dopo quella data il ricorso a queste tecnologie è aumentato in maniera significativa, con sistemi automatizzati come “Lavender”, che classifica gli abitanti di Gaza in base alla sospetta affiliazione a gruppi armati, trasformando decine di migliaia di palestinesi in potenziali bersagli nonostante, secondo un’inchiesta della rivista israeliana +972, fosse noto che avesse un margine di errore del 10 per cento. Secondo quanto ammesso al quotidiano britannico The Guardian da un esponente delle forze israeliane che usava Lavender, il tempo che trascorreva su ciascun bersaglio era di 20 secondi. Un altro sistema, chiamato “Where’s Daddy?” (“Dov’è papà?”) fornisce la posizione degli individui scelti come bersaglio indicando alle forze israeliane quando, ad esempio, fanno ritorno nella loro abitazione. Segnalazioni che, secondo la rivista israeliana +972, hanno portato allo sterminio di intere famiglie.
Con la guerra all’Iran e la nuova offensiva in Libano, l’infrastruttura sperimentata nell’enclave palestinese è diventata pienamente operativa. Con il sistema “Operational Data and AI Factory”, secondo quanto riporta Haaretz, l’intelligenza artificiale è ora integrata in tutti i sistemi di comando militari, rendendo accessibili in tempo reale flussi di dati e fonti informative che prima erano separate.

Etica militare
Proprio lo scoppio dell’ultima guerra contro l’Iran sembra aver segnato un ulteriore salto di qualità nell’uso dell’intelligenza artificiale in ambito militare. Nelle cinque settimane prima del cessate il fuoco di aprile, Stati Uniti e Israele hanno fatto ricorso a questa tecnologia per raccogliere informazioni, individuare obiettivi e pianificare bombardamenti a velocità prima impensabili, usandola per colpire migliaia di obiettivi in pochi giorni. Un’intensità che ha sollevato preoccupazioni per l’alto numero di vittime civili (più di 1.700 secondo alcune stime, tra cui 254 minori). Una questione messa in evidenza nel bombardamento della scuola elementare di Minab, nel sud dell’Iran, in cui almeno 160 tra bambini e insegnanti hanno perso la vita nel primo giorno di attacchi. Un caso che non è stato attribuito ufficialmente all’intelligenza artificiale, ma ha comunque innescato dibattiti polemiche sulle verifiche degli obiettivi vagliati dai sistemi di intelligenza artificiale.
Nel corso della guerra, l’intelligenza artificiale è diventata anche un bersaglio. Tra gli obiettivi colpiti negli altri Paesi del Golfo, l’Iran ha anche scelto di attaccare i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, spiegando di aver «identificato il ruolo di questi centri nel supportare le attività militari e di intelligence del nemico».

Dubbi scientifici
I dubbi etici sull’utilizzo militare dell’intelligenza artificiale non sono solo materia di dibattito tra gli esperti. Prima ancora che Stati Uniti e Israele attaccassero l’Iran, questi temi erano finiti al centro di una disputa tra il Pentagono e Anthropic, una delle startup più quotate della Silicon Valley. Dopo che il produttore del popolare chatbot Claude, aveva tentato di imporre restrizioni sull’utilizzo della sua tecnologia per lo sviluppo di armi autonome e nella sorveglianza dei cittadini statunitensi, il Pentagono aveva risposto dichiarando l’azienda californiana un «rischio per la sicurezza», bloccando qualsiasi futuro contratto con le autorità federali.
Uno scontro che ha fatto suonare un «campanello d’allarme» riguardo le intenzioni del Pentagono, secondo la senatrice democratica Kirsten Gillibrand, che ha presentato una proposta alla Camera dei rappresentanti per imporre al dipartimento di Difesa di ottenere l’approvazione del Congresso per utilizzare l’intelligenza artificiale nello sviluppo di armi autonome, ammettendo però eccezioni in campi come la sicurezza informatica, missili intercettori e le armi semiautonome. «Decidere di uccidere richiede una coscienza, non solo un algoritmo», ha detto la senatrice statunitense, sostenendo che «una macchina non dovrebbe prendere questo tipo di decisioni». Le politiche del Pentagono, redatte nel 2012 e aggiornate nel 2023, non vietano completamente le armi autonome, ma si limitano a richiedere che l’utilizzo o lo sviluppo di simili sistemi siano autorizzati.

La zona grigia del diritto
Anche per quanto riguarda il diritto internazionale l’intelligenza artificiale e le armi autonome occupano una zona grigia. Non esistono ancora norme internazionali che menzionino esplicitamente l’uso dell’intelligenza artificiale in guerra, anche se il diritto internazionale umanitario stabilisce che le armi non debbano essere utilizzate indiscriminatamente e che eventuali armi autonome debbano poter distinguere tra obiettivi civili e militari.
Per questo la rivista scientifica Nature ha rivolto un appello per fermare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in guerra fino a quando non si raggiungerà un accordo sulle leggi che ne regolano l’uso. Per spiegare la presa di posizione, la rivista ha citato i precedenti di Google, che ha rinunciato al suo impegno di impedire che l’intelligenza artificiale venisse utilizzata a scopo bellico, e di OpenAI, che nel 2024 ha modificato il testo delle politiche di utilizzo, eliminando un riferimento al divieto di usare i suoi modelli in «ambito militare e bellico». Questo, secondo la rivista scientifica, dimostra la necessità di accordi internazionali vincolanti, mettendo in evidenza i limiti degli impegni volontari come quelli espressi dai big del tech «che possono sempre venire meno».

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