L’intelligenza artificiale è il presente. È intorno a noi ed è sempre con noi. Per molti adolescenti è già nello zaino, nel telefono, nella sera prima di una verifica. Sempre più spesso, è anche qualcosa a cui si chiede un consiglio, un orientamento, una risposta quando non si sa bene con chi parlare. Secondo i dati diffusi da Save the Children nell’Atlante dell’Infanzia a rischio 2025, il 92,5 per cento degli adolescenti intervistati utilizza strumenti di IA, contro il 46,7 per cento degli adulti. Il 30,9 per cento lo fa tutti i giorni o quasi. Il dato più delicato riguarda l’uso emotivo: il 41,8 per cento dice di essersi rivolto all’IA quando si sentiva triste, solo o ansioso; il 42,8 per cento le ha chiesto consigli su scelte importanti legate a relazioni, sentimenti, scuola o lavoro.
Non siamo più soltanto davanti a ragazzi aiutati da un algoritmo nei compiti, ma a una generazione che incontra un interlocutore artificiale sempre disponibile, apparentemente paziente, spesso rassicurante. La domanda non è più solo se l’IA faccia bene o male. È che cosa i più giovani stanno cercando lì dentro.
Il primo terreno visibile
Angela Verdecchia, da settembre 2025 coordinatrice nazionale della Rete degli Studenti Medi e studentessa di Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani all’Università di Padova, parte da un punto che ribalta molti luoghi comuni. L’IA, dice, è ormai «uno strumento nelle mani di chiunque». Ma questo non significa che i ragazzi sappiano davvero capirla. «La comprensione reale di questo tema attualmente è ancora troppo poca, anche per noi generazioni più giovani, spesso descritte come “native digitali”», osserva Verdecchia. La formula “nativi digitali” ha spesso funzionato come un alibi: ha permesso agli adulti di immaginare che saper aprire un’app o usare un chatbot equivalga a comprenderne i meccanismi. Ma saper formulare una richiesta non significa saper valutare la risposta, conoscere il valore dei propri dati o i rischi di una relazione mediata da un sistema opaco. I numeri sulle competenze digitali confermano questa distanza. Secondo l’Osservatorio Con i Bambini/Openpolis, nel 2023 solo il 58,5 per cento dei giovani italiani tra 16 e 29 anni aveva competenze digitali almeno di base, contro una media europea del 70,7 per cento. Il problema non è solo quanto i ragazzi usino l’IA, ma con quali strumenti critici lo facciano.
La scuola è il primo terreno visibile. L’IA serve per cercare informazioni, studiare, tradurre, scrivere, prepararsi alle interrogazioni. Ma il dibattito tende a ridursi alla domanda più povera: gli studenti copieranno di più? Per Verdecchia servono invece percorsi strutturali sull’uso consapevole del digitale. Non basta vietare, e non basta consegnare strumenti senza mediazione. La scuola, dice, dovrebbe superare posizioni «datate» sui dispositivi elettronici e ragionare su un’integrazione responsabile della tecnologia in aula. Nel 2025 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha adottato le Linee guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle istituzioni scolastiche. Ma tra una linea guida e la vita quotidiana di una classe c’è una distanza fatta di formazione dei docenti, infrastrutture, tempo e disuguaglianze territoriali. Il rischio è che l’IA diventi un moltiplicatore di divari: chi ha più competenze verifica le risposte; chi ha meno strumenti rischia di confondere fluidità linguistica e verità.
Sintomi di disagio
Su questo punto Matteo Lancini invita a fare un passo ulteriore. Psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano, docente all’Università Milano-Bicocca e all’Università Cattolica, Lancini ha pubblicato per Raffaello Cortina il volume “Chiamami adulto”. Come stare in relazione con gli adolescenti, libro che rimette al centro ascolto, presenza empatica e responsabilità adulta. Per lui il problema è proprio lo sguardo con cui gli adulti interpretano il rapporto tra ragazzi e tecnologia. «Oggi non ha più senso parlare di vita reale e vita virtuale», dice Lancini. «Le nuove generazioni sono cresciute in una società onlife». Smartphone, internet e IA non sono oggetti esterni alla vita dei ragazzi, ma parte dell’ambiente in cui costruiscono relazioni, identità, studio, futuro. Per questo la domanda non è solo che cosa l’IA faccia agli adolescenti, ma «che cosa trovano nell’intelligenza artificiale i ragazzi di oggi», anche nella costruzione della propria identità personale, «che gli adulti non sono in grado di integrare o di offrire». È una lettura che sposta il focus sugli adulti. Se molti adolescenti parlano con un chatbot quando sono tristi o soli, non basta concludere che siano stati “catturati” dalla tecnologia. Secondo Lancini bisogna chiedersi perché quegli spazi di ascolto non esistano altrove, o non siano abbastanza accessibili. «Bisognerebbe smetterla di raccontarci che i ragazzi sono stati catturati da internet o che si suicidano per l’intelligenza artificiale, e domandarci perché noi abbiamo chiuso i cortili e i giardini», afferma. E aggiunge: «Le nuove generazioni di adulti proiettano su internet tutta la loro difficoltà ad ascoltare le emozioni che disturbano di figli e studenti».
L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, consultando circa 7.500 studenti italiani della scuola secondaria, ha rilevato che il 51,4 per cento soffre in modo ricorrente di ansia o tristezza prolungata. Questi dati non dimostrano che l’IA causi il disagio. Dicono però che l’IA entra in una stagione già segnata da pressione scolastica, isolamento e carenza di servizi di ascolto. Verdecchia legge il ricorso all’IA per sostegno emotivo come il sintomo di un disagio più ampio e di una quasi totale assenza di politiche reali per il benessere psicologico. Da qui la richiesta di sportelli psicologici nelle scuole e negli atenei, dello psicologo di base e di investimenti strutturali. Lancini arriva a una conclusione simile: l’emergenza non è solo nello schermo, ma nella fragilità degli adulti. «La vera emergenza non è che i ragazzi sono stati protetti dagli adulti», dice. «È che i ragazzi hanno dovuto proteggere la scuola e i genitori dalla tristezza, dalla paura e dalla rabbia che loro non devono neanche sperimentare».
Strumenti e regole
Stefania Garassini, docente di Content Management e Digital Journalism all’Università Cattolica di Milano, collaboratrice di Avvenire e Domus e presidente di Aiart Milano, guarda allo stesso fenomeno dall’educazione digitale. L’IA, spiega, rende ancora più complesso un rapporto che era già difficile con smartphone e social, perché i chatbot sono «molto più attraenti» e «molto semplici da usare». Rispetto a un social network, dove bisogna imparare regole, post, like e tag, qui l’interazione sembra elementare: «Apro ChatGPT, faccio una domanda e ho una risposta». Proprio questa semplicità nasconde il punto più critico. «Dietro questa semplicità c’è un’enorme complessità», dice Garassini, soprattutto perché questi programmi simulano una conversazione umana. Il rischio è «trattarli come se fossero umani», un rischio che riguarda anche gli adulti ma cresce quando si scende con l’età. «Tecnicamente ChatGPT, Claude o Gemini sono software», osserva. «Bisognerebbe fare questo sforzo mentale: ricordarci che sono strumenti molto complessi che simulano la presenza umana, ma sono semplicemente strumenti».
Garassini introduce anche una distinzione rispetto alla lettura di Lancini. Se per lui i ragazzi vivono ormai in una società online, per lei non bisogna cancellare la differenza tra dimensione fisica e digitale. «È vero che quello che succede online è reale, però è reale in modo diverso», dice. In un videogioco, osserva, si può fare reset; nella realtà no. «Siamo sempre tra queste due dimensioni e dobbiamo imparare a gestirle, ma non sono la stessa cosa». La preoccupazione maggiore riguarda l’uso emotivo dei chatbot. Un conto è chiedere un’informazione; un altro è costruire una relazione sostitutiva. «Il software non mi dà la risposta giusta a questo disagio, perché alla fine mi chiude ancora più in me stesso», dice Garassini. Per questo non basta parlare di tecnologia: «Bisogna creare un’impalcatura di relazioni, di maturità, di capacità critica». Genitori e insegnanti dovrebbero sapere se gli adolescenti usano l’IA per chiedere consigli e, per i più piccoli, ritardare l’accesso. «Non prima dei 13 anni», dice, riferendosi allo smartphone e agli strumenti più personali.
Anche sulle regole Garassini sposta il discorso dagli slogan alla coerenza adulta. «Non posso dire a mio figlio di non usare lo smartphone se io lo uso 24 ore al giorno», ammette. Ma questo non significa rinunciare a educare: «Se aspettiamo di essere perfetti noi genitori per educare, non educheremo mai». La chiave è stabilire limiti che valgano per tutti: niente smartphone a tavola perché si vuole parlare, niente smartphone di notte perché il sonno va protetto. Per Garassini, l’esperienza dei social dovrebbe servire da avvertimento. Con i social media, dice, «non ci siamo fatti nessuna domanda» e oggi conosciamo meglio i danni dell’uso precoce e senza regole. Con l’IA «abbiamo una seconda possibilità»: decidere prima quando usarla e quando no, capire «in quali circostanze mi può aiutare a pensare e in quali invece mi sta completamente passivizzando». Perché il salto è profondo: se i social hanno manipolato l’attenzione, con i chatbot «si va a manipolare qualcosa di ancora più profondo, che è l’attaccamento».
Pensiero critico e fiducia
Resta il nodo della delega del pensiero. I bot restituiscono risposte rapide, ordinate, convincenti. Possono aiutare a capire, ma anche ridurre lo spazio dell’incertezza e dell’errore. Secondo Garassini, le competenze urgenti sono gestione del tempo, capacità critica di valutare le fonti e lettura profonda. «Noi non nasciamo lettori, dobbiamo diventarlo», ricorda citando Maryanne Wolf. Restare dentro un testo fino alla fine diventa così una competenza decisiva anche per usare bene il digitale. Dalle parole degli studenti, di Lancini e di Garassini emerge un punto comune: i ragazzi non hanno bisogno solo di accesso, né solo di divieti. Hanno bisogno di adulti credibili, scuole attrezzate, spazi di ascolto, competenze critiche. La generazione schermo non è separata dal mondo reale. Abita un mondo in cui reale e digitale sono intrecciati. L’IA aggiunge un passaggio ulteriore: non offre solo contenuti, ma risposte; non mostra solo immagini, ma dialoga; non si limita a intrattenere, ma consiglia. La domanda finale, allora, non è se i ragazzi useranno l’intelligenza artificiale. La stanno già usando. La domanda è se resteranno soli davanti a uno schermo che risponde sempre, o se attorno a quello schermo gli adulti sapranno ricostruire presenza, pensiero critico e fiducia.



