«I giovani devono essere pronti a lavorare sodo!». Quante volte abbiamo sentito questa frase? Il punto è che i giovani sono senz’altro pronti a lavorare sodo, a darsi da fare, ma i soloni pronti a invocare questo sacrificio, quasi sempre, rimangono molto generici quando si tratta di spiegare cosa otterranno i giovani da questa fatica.
Il dato, in questo senso, è amaro. In Italia i giovani lasciano la casa dei genitori in media a 30,2 anni, contro una media europea di 26,3 (dati Eurostat), e questo non ha certo a che vedere con lo stereotipo degli italiani mammoni: i giovani Under 35, infatti, guadagnano il 30 per cento in meno dei loro colleghi over 50 (dati Osservatorio dipendenti settore privato Inps), un divario che supera il 40 per cento in alcuni settori e che è così vasto da non essere giustificabile solo con i normali scatti di carriera. Una situazione resa ancora più complessa dal fatto che il 36,6 per cento (dato del 2025) degli Under 30 ha un contratto a tempo determinato: un dato in netto miglioramento rispetto al 48,1 del 2019, ma spaventosamente più alto della media europea del 17,8 per cento.
Queste chiare differenze col resto d’Europa sono una delle ragioni che portano sempre più giovani a cercare opportunità all’estero, un fenomeno sociale ormai strutturato, parallelo all’emigrazione fisiologica.
Quant’è difficile emanciparsi
Studi come quello presentato da Teha Group quest’anno al Forum Ambrosetti mostrano come la scelta di partire sia legata in gran parte alle retribuzioni insufficienti di fronte a un costo della vita in crescita.
La fuga di giovani italiani qualificati va dunque affrontata come un fenomeno a sé stante e da considerare un campanello d’allarme anche a fronte di statistiche che indicano come vengano “compensati” numericamente dall’arrivo di stranieri laureati. Ma non va presa sottogamba anche per un’altra ragione: il fatto che sempre più giovani siano pronti alla scelta radicale di lasciare il proprio Paese, le proprie amicizie, la propria famiglia, per andare a vivere da un’altra parte dimostra, al di là di ogni retorica, che i ragazzi non hanno nessuna paura di mettersi in gioco e darsi da fare.
Peraltro, per chi resta, c’è un panorama fatto non solo di bassi salari e contratti precari. Non solo la retribuzione media di un giovane rende ostico riuscire a mettere da parte risparmi per costruire un futuro, ma lo stesso giovane deve scontrarsi anche con numerose altre difficoltà: dal caro degli affitti in tutte le grandi città all’impossibilità di accendere un mutuo con contratti precari o retribuzioni basse, rendendo un fatto strutturale, per chi ha una famiglia solida alle spalle, chiedere una mano ai parenti sia per integrare lo stipendio che per riuscire ad acquistare una casa.
Che i prezzi degli affitti stiano salendo è un fatto certificato, soprattutto nei centri urbani di dimensione maggiore, dove al carovita si aggiunge una crescita esponenziale degli affitti brevi a uso turistico che rendono più limitata la disponibilità di immobili e stanze per uso abitativo.
Con gli alloggi universitari convenzionati insufficienti, una stanza singola può facilmente superare i 600 euro mensili, soprattutto nelle città dove si concentrano il grosso delle opportunità di lavoro, che significa un impatto pesante sulle entrate di un giovane anche quando ha un impiego retribuito.
Se anche solo trovare un alloggio diventa un’impresa e per di più onerosa, tutto ciò che è legato a una vita dignitosa diventa complesso. In questo modo, le prospettive di emancipazione e miglioramento della propria condizione personale vengono drasticamente ridimensionate.
Ricchezza concentrata
Se la possibilità di ottenere o acquistare una casa si riduce a un lascito ereditario o alle capacità della famiglia d’origine, significa che l’ascensore sociale nel nostro Paese non sta funzionando per i giovani che cercano di costruirsi un futuro. I dati in questo senso parlano chiaro: secondo uno studio del National Bureau of Economic Research il valore complessivo di successioni e donazioni in Italia è passato dall’8 per cento del Pil del 1995 a oltre il 15 del 2016, e alcune fonti ritengono che ad oggi potrebbe avvicinarsi al 20.
Al fianco di questa tendenza, uno studio della Banca d’Italia mostra come la ricchezza detenuta dall’un per cento più ricco in Italia sia passata dal 16 al 22 per cento tra il 1995 e il 2016, mentre quella posseduta dal 50 per cento meno abbiente sia passata nello stesso periodo dall’11 al 3,5 per cento. Dati che sembrano indicare come in Italia le diseguaglianze si stiano facendo nel tempo progressivamente più acute e a farne le spese siano soprattutto i più giovani.
Cambio di paradigma
In un Paese in cui l’età media si sta alzando sempre di più e si fanno sempre meno figli, in assenza di un cambio di questa tendenza gli effetti potrebbero diventare, nel tempo, ancora più problematici: se oggi i cosiddetti “boomer” sono in grado di offrire assistenza economica e altre forme di sostegno ai loro figli, quando la palla passerà alla «Gen Z», come vengono chiamati i nati tra la fine degli anni Novanta e gli anni Dieci del nuovo millennio, non è assolutamente scontato che essi abbiano gli strumenti per offrire ai posteri la stessa forma di sostegno.
Tuttavia, se nei decenni passati la retorica del sacrificio, dello stringere i denti per ottenere l’emancipazione e la realizzazione nel lavoro restava dominante, oggi proprio i più giovani stanno cambiando atteggiamento di fronte a un mondo del lavoro che non offre sufficienti prospettive. Sempre più spesso proprio chi si affaccia alle prime esperienze professionali preferisce rifiutare offerte basate su richieste di sacrifici, di disponibilità fuori orario, di turni che lasciano poco spazio alla vita sociale e al tempo libero.
Se la retorica del sacrificio, del fare bella figura con i superiori rimanendo più tempo in ufficio, dell’essere disponibili e reperibili ventiquattro ore su ventiquattro sta pian piano mostrando tutti i suoi limiti è anche per via della mancanza di prospettive di crescita, un fatto che ha mostrato tutte le falle di questa narrazione. E ciò che in tanti stanno comprendendo è che dedicare troppo tempo al lavoro rischia di essere notato più dai propri affetti sacrificati che dai superiori, in un momento in cui le prospettive lavorative sono sempre più difficili.
Questo cambio di paradigma potrebbe permettere di rivedere e ripensare il modo in cui concepiamo il lavoro, lo stesso lavoro che abbiamo visto sotto occhi diversi nel periodo della pandemia, sdoganando su scala globale il lavoro da remoto e riconsiderando il valore del tempo, aprendo riflessioni sui pro e i contro di spostamenti, presenza fisica e l’impatto sul proprio benessere psicofisico. Lo stesso mondo del lavoro che è ormai sempre più pervaso da quella che è una nuova rivoluzione industriale a tutti gli effetti e che vede sempre più protagonisti l’automazione e l’intelligenza artificiale.
Ma se gli strumenti per lavorare sono sempre più avanzati e permettono di ottenere ogni risultato in un tempo sempre più ridotto, è legittimo chiedersi come mai l’impostazione della giornata lavorativa rimanga la stessa degli inizi del secolo scorso e i salari non sembrino adeguarsi a questa svolta tecnologica. Anzi, il rischio sembra proprio che i vari sistemi di automazione tolgano via via il lavoro a numerose figure professionali, anche ampiamente qualificate.
Non è un caso che le principali spinte per rivedere l’approccio al lavoro arrivino dai più giovani, gli stessi che sono cresciuti in mezzo al Covid, che hanno visto i genitori adeguarsi allo smart-working, che vedono l’intelligenza artificiale come una parte integrante della vita e non uno stravagante marchingegno. Per loro tutto questo è normalità, e non un’eccezione, e per questo sono i primi ad aver interiorizzato che un approccio diverso al mondo del lavoro è possibile e, per questo, non sono pronti ad accettare di lavorare senza delle legittime prospettive.
Il problema degli stipendi e delle poche prospettive dei giovani sono questioni cruciali che avrebbero dovuto essere affrontate da tempo. Ogni giovane che se ne va, laureato o meno che sia, è una sconfitta per l’Italia, che, dopo aver contribuito alla sua formazione, non ha saputo dargli una prospettiva quantomeno accattivante.
Chiunque inviti i giovani ai sacrifici, a darsi da fare, esprime una legittima opinione che spesso, però, non tiene conto della mancanza di prospettive, del fatto che i giovani i sacrifici già li fanno e sono pronti a farne altri se necessario, ma vorrebbero capire meglio a che fine. Non si può lasciare questo punto perennemente in sospeso, e oggi che abbiamo una generazione che letteralmente sente di non avere un futuro non si possono non offrire a essa risposte. E si può ancora meno relegare molte domande a un capriccio giovanile.




