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Parole & Guerra: così è cambiato il nostro lessico

Bisogna partire da una considerazione: in guerra non esistono ragioni, ma solo il torto che conviene sostenere in quel momento. E vale per tutti, qualunque sia la propria fazione. 

Forse non abbiamo riflettuto abbastanza in questi anni su come sia cambiato il nostro lessico a partire dal febbraio 2022. Diciamo che il Covid ci aveva fornito un primo assaggio di barbarie, ma si trattava ancora di un nemico informe o, per meglio dire, visibile solo al microscopio. Un assassino tremendo contro cui l’unica forma di contrasto era il vaccino, dunque bisognava solo attendere che la ricerca scientifica facesse il suo corso.

E sbagliavano quelli come me a parlare di un mondo in guerra perché il pianeta, in realtà, all’epoca era in cura. Sconvolto, stravolto, fiaccato dal dolore e dalla sofferenza ma anche animato dalla concreta speranza che una siringa potesse toglierci dai guai. 

Il 2021, pertanto, può essere considerato l’ultimo anno di apparente normalità, una Belle Époque durata dodici mesi, con le file di fronte ai centri vaccinali e la sensazione che il peggio fosse ormai alle spalle. 

Era un’illusione. La pandemia, infatti, ha solo ritardato la resa dei conti planetaria che si è aperta nel momento in cui Putin ha deciso di rendere esplicito il fallimento della globalizzazione e i capisaldi liberisti su cui si fondava, invadendo l’Ucraina e ponendo l’Europa di fronte alla fragilità intrinseca della propria costruzione. Da allora, siamo cambiati: purtroppo, non in meglio. 

Le nostre conversazioni quotidiane si sono riempite di termini che credevamo ormai consegnati ai libri di storia: frontiere, confini, carri armati, offensiva, controffensiva, bombe, missili e via elencando. Un armamentario dell’orrore che la generazione dell’euro e dell’Erasmus pensava di aver archiviato con le interrogazioni delle superiori e con gli esami universitari.

Al massimo, appartenevano a mondi lontani: città in cui non siamo mai stati, dove si parlano lingue strane e si prega un altro Dio. 

Oggi, invece, la nostra normalità è quella che non avremmo mai immaginato di dover vivere. Facciamo fatica ad accettarla, a conviverci, a prendere atto che le nostre agende di pace, in cui i telegiornali al massimo aprivano con una crisi di governo o con le castronerie di un ministro, non esistano più. Il nostro linguaggio è stato inquinato dalla barbarie, non c’è dubbio, come non c’è dubbio che siamo tuttora impreparati al cospetto dell’abisso. 

Fatto sta che un mondo in cui è tornato d’attualità lo spettro dell’atomica, in cui da un giorno all’altro la nostra serenità può essere cancellata da un attentato come quello del 7 ottobre, che ci piomba in casa, modifica i palinsesti e cambia radicalmente il nostro dibattito pubblico e privato, questo mondo sia la conseguenza di troppi errori che per lungo tempo abbiamo ignorato o considerato, a torto, veniali. 

Benvenuti, insomma, in un 11 settembre permanente! Quel giorno, per la prima volta, ci accorgemmo che la nostra tranquillità non esisteva più. Quell’estate iniziammo a convivere con le edizioni straordinarie dei telegiornali che si susseguivano fino a non aver più nulla di straordinario.

Prima Genova, poi le Torri Gemelle, infine la lotta al terrorismo: siamo cresciuti così, nel ventennio dell’incertezza e delle parole in guerra, che ormai sono parte del nostro modus vivendi

Scriveva Walt Whitman in “Foglie d’erba”: «A lungo, troppo a lungo, America, / viaggiando per placide strade, in pace, hai conosciuto soltanto la gioia e la prosperità, / mentre ora, ora devi imparare da crisi d’angoscia, avanzando / lottando contro il destino più atroce, senza mai ritirarti, / ora devi concepire e mostrare al mondo / che cosa siano veramente i tuoi figli…». E la risposta, per l’America e anche per noi, è: una generazione tradita.

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