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De Magistris a TPI: “Lascio la guida di Unione Popolare. Ricandidarmi sindaco a Napoli? Non lo escludo”

Luigi De Magistris non si candiderà alle elezioni europee di giugno. E anche l’esperienza al timone di Unione Popolare è ormai al capolinea. «In questo momento della mia vita – dice a TPI – preferisco costruire dal basso dei ponti e delle relazioni». Ma il pensiero di correre, fra due anni, per fare nuovamente il sindaco di Napoli gli frulla, eccome, per la testa: «Non mi sento di escluderlo», ammette. Intanto l’ex magistrato ha scritto un libro per Ponte delle Grazie dal titolo passionale: “Voglia di sinistra”.

De Magistris, sono gli italiani ad aver voglia di sinistra?
«Più di quello che si può immaginare. C’è una sinistra diffusa nel Paese reale che tuttavia, da molto tempo, non ha un’adeguata rappresentanza politica nazionale: è per questo che al governo ci sono le destre».

Sta dicendo che Pd e M5S non sono partiti di sinistra?
«Il Pd certamente non lo è: se guardiamo agli ultimi 30 anni, lo smantellamento della Costituzione è avvenuto soprattutto per mano di governi di centrosinistra. Quanto ai Cinque Stelle, il Movimento ha fatto la scelta tattico-strategica di stare nel campo progressista ma ha governato con Salvini, Draghi e Berlusconi».

E pensare che nel Pd c’è chi accusa la segretaria Elly Schlein di essere troppo di sinistra.
«Con le primarie, Schlein ha ricevuto il mandato di spostare il baricentro in quella direzione. Ma deve essere più coraggiosa e più coerente con i valori della sinistra. Rispetto al passato sta provando a fare un tentativo sul piano della narrazione, nei fatti un po’ meno. E comunque è facile sostenere il salario minimo o schierarsi contro l’autonomia differenziata se si sta all’opposizione: il Pd va misurato per ciò che fa quando è al governo».

Ma il Pd di Schlein potrebbe diventare un interlocutore per la sinistra radicale?
«Schlein la conosco da moltissimi anni. A parole ci sono molti punti di contatto, ma nella mia vita ho sempre cercato di valutare le persone non tanto sulle idee quanto sui fatti. E sui fatti, per ora, la svolta non l’ho vista: Schlein deve essere più netta, ad esempio sul tema della guerra. Oggi, per come ho conosciuto il Pd nella sua dimensione nazionale, regionale e locale, non c’è nessuna condizione per una convergenza».

Nessuna possibilità di dialogo neanche con Alleanza Verdi Sinistra?
«Hanno fatto una scelta di campo netta: quella di un accordo strutturale con il Pd. Manca quella svolta dal punto di vista dei valori costituzionali che viene richiesta dal popolo della sinistra del mondo reale. Oggi i rosso-verdi rappresentano una gamba un po’ più di una sinistra all’interno di una coalizione Pd-M5S che si posiziona di fatto al centro». 

Molti elettori, però, vi chiedono di smettere di marciare divisi.
«Prima o poi bisognerà iniziare a discutere di un progetto di maggiore unità di tutte le forze che stanno alla sinistra di Pd e M5S. Il limite dell’Alleanza rosso-verde, oggi, è la poca autonomia rispetto al Partito democratico. Ma io l’unità a sinistra la auspico in generale, non sono rispetto a loro. Visto anche il pericolo che corre la democrazia costituzionale nel nostro Paese e gli scenari internazionali, credo sia venuto il momento di provare a creare le condizioni per occasioni di convergenza. Che possono avvenire a livello nazionale, così come a livello locale, purché tuttavia sia ben netto il quadro su cui costruire questo dialogo, che per quanto mi riguarda deve basarsi soprattutto sull’attuazione della Costituzione. E non bisogna essere settari o guardare a proteggere il proprio recinto, altrimenti diventa complicato».

Qualcosa si muove?
«A livello territoriale sì. Se guardiamo ai temi – Palestina, ambiente, diritti sociali – tra i movimenti, le associazioni, le singole personalità c’è dialogo e convergenza. Credo che dal basso sia più semplice, più naturale, più forte. Le operazioni dall’alto non funzionano. Se invece ci si comincia ad “annusare” sulle lotte, allora può nascere qualcosa di più strutturato».

Alle ultime politiche, però, la lista che lei guidava, Unione Popolare – che metteva insieme Rifondazione Comunista, Potere al Popolo e altre sigle – ha preso solo l’1,4% dei voti.
«Abbiamo avuto soltanto 15 giorni per fare la campagna elettorale dopo la raccolta delle firme necessarie a candidarsi. Se teniamo conto di questo aspetto, il risultato raggiunto era impensabile prima del voto. Se non ci fossero state le elezioni anticipate e si fosse andati alle urne nella primavera del 2023, io credo che avremmo sfiorato la soglia di sbarramento. Ma mi faccia fare una precisazione».

Dica.
«Unione Popolare è uno spazio in cui si ritrova quella sinistra che non si sente rappresentata, ma non aspira a essere un ulteriore partito che contribuisce alla frammentazione del quadro politico. Ci misuriamo non tanto sulle elezioni quanto sulle lotte».

E come sta andando?
«Up va avanti. Credo abbia bisogno di diffondersi maggiormente a livello territoriale, ma io nei prossimi tempi non potrò spendere energie su questo. Non mi sento un uomo in un recinto come può essere quello di Unione Popolare. Non intendo fare l’organizzatore di partiti o movimenti politici. Oggi la mia vocazione è quella di portare la mia storia di magistrato e di sindaco al servizio di un processo di maggiore dialogo e unità tra vari campi».

Ne deduco che non sarà più lei il portavoce di Up.
«Nei prossimi tempi non ne avrò più la possibilità, per quello che sto facendo a livello personale e professionale. Quella del portavoce è una funzione che andrà a spegnersi e mi auguro ci possa essere un’organizzazione di tipo collegiale, guidata soprattutto dai tanti giovani che frequentano questo spazio». 

Come vanno i rapporti tra Potere al Popolo e Rifondazione Comunista?
«Unione Popolare ha un programma, una carta e un nome che sono molto avvincenti, ma deve andare oltre le organizzazioni che l’hanno fondata. Altrimenti non è più uno spazio politico, ma un’alleanza elettorale. Il percorso è stato molto accidentato nell’ultimo anno. Sui temi e sulle battaglie c’è una grande convergenza, poi però quando si va sull’organizzazione e sul come preservare le identità delle singole organizzazioni all’interno di un progetto nuovo, scattano difficoltà di rapporti. Soprattutto tra Potere al Popolo e Rifondazione Comunista».

Lei nel suo libro scrive: «Ci possono essere grandi leader di sinistra, ma non partiti personali di sinistra». Eppure il suo movimento, DeMa (Democrazia e Autonomia), prende il suo nome proprio da lei…
«DeMa è un’associazione culturale, non un partito. Prese quella denominazione perché, come lista di civica, sostenne la mia candidatura a sindaco di Napoli. Io sono contrario ai partiti personali, ma credo anche che sia un’ipocrisia dire che bisogna avere una politica senza leader: la storia insegna che un leader senza squadra non vince, ma anche che una squadra senza leader non vince».

Cosa deve fare la sinistra antiliberista per riuscire a ottenere rappresentanza nelle istituzioni?
«Deve costruire dal basso un movimento che sia movimentista e che abbia nel proprio Dna una vocazione sociale, ma senza essere settario e allo stesso tempo senza annacquarsi. Se vogliamo dimostrare che esiste un’alternativa, occorre entrare nelle istituzioni rimanendo fuori dal sistema».

A sinistra si sente spesso dire che bisogna puntare al bacino di voti dell’astensionismo. Ma per portare alle urne queste persone è sufficiente fare politica in modo tradizionale o è necessario cambiare approccio?
«Quando si è deboli bisogna mettere in capo due cose. Primo: una squadra di persone credibili. Secondo: creare dal basso delle lotte e rafforzare le connessioni. Così, poco alla volta, iniziando a candidarsi nei piccoli municipi, si dimostra che è possibile costruire un’alternativa al pensiero unico. Certo, se non sei presente sui media e se non disponi di grandi risorse, è più difficile».  

Nei giorni scorsi ha dichiarato: «Non ci sono le condizioni, per ragioni varie, per la mia candidatura alle elezioni europee». Quali sono queste «ragioni varie»?
«Mi faccia fare una premessa. Apprezzo e sostengo il lavoro che si sta facendo per costruire una lista pacifista. Vedrei bene una convergenza tra Potere al Popolo, Michele Santoro e chi altro ci vuole stare, in una lista che finalmente metta al centro il tema della pace. Mi auguro che questa operazione vada in porto. Io al momento ritengo di essere più utile a costruire aggregazioni e lotte non candidandomi ma facendo altro. Oggi preferisco la lotta politica a una candidatura».

Ma il progetto di Santoro la convince?
«Innanzitutto bisogna vedere se va in porto. Se si riesce a creare una squadra credibile e convincente, lo spazio politico senz’altro c’è». 

Santoro ha posto dei veti?
«Assolutamente no».

Lei si dichiara favorevole al superamento della Nato.
«La Nato oggi non è un’alleanza difensiva, e forse non l’è mai stata. Credo che progressivamente si debba uscire da alleanze che hanno come core business, ad esempio, il riarmo. Ho sempre condannato l’aggressione di Putin all’Ucraina, ma non posso dimenticare le provocazioni che la Nato ha fatto nel corso degli anni ai confini con la Russia. Credo che l’Europa debba diventare un continente autonomo e più autorevole. Amico degli Stati Uniti, ma non subalterno. Pensare alla Russia come a un nemico per i prossimi cent’anni è un fallimento, perché un’Europa senza Russia non esiste».

Lei rifiuta il motto «Né con Netanyahu né con Hamas». Da che parte sta nel conflitto in Medio Oriente?
«Sto dalla parte del popolo palestinese. Senza se e senza ma. Lo Stato di Israele sta commettendo un vero e proprio genocidio. Detto questo, condanno ogni forma di violenza da qualunque parte provenga, soprattutto quando sono coinvolti civili».

Lo scacchiere internazionale è sempre più multipolare, ma si sta delineando una contrapposizione netta in particolare tra Occidente e Sud Globale. In questo contesto l’Italia per fare i propri interessi deve guardare di più a Ovest o a Est?
«Ai tempi della Prima repubblica l’Italia aveva la capacità di stare dentro la Nato e l’Europa e allo stesso tempo di dialogare con l’Unione Sovietica e il mondo arabo. Oggi invece il nostro Paese è completamente appiattito in una condizione di subalternità ai poteri forti europei, alla Nato e agli Stati Uniti. E questo vale per tutti gli schieramenti politici presenti in parlamento. L’Italia dovrebbe guardare innanzitutto a Sud, per creare ponti con l’Africa e il Medio Oriente, e lavorare perché prima o poi finisca questa contrapposizione con la Russia».

Mi dica tre misure che la sinistra antiliberista dovrebbe attuare se fosse al governo.
«Primo: una totale inversione sull’economia di guerra. Secondo: una redistribuzione immediata delle ricchezze. Terzo: avviare una vera riconversione ecologica che potrebbe generare tanto lavoro e tanta impresa compatibile con l’ambiente».

Quando parla di redistribuzione delle ricchezze a cosa pensa?
«Colpire chi ha guadagnato con le armi e la speculazione energetica e allocare quelle risorse su un reddito di cittadinanza e su un salario minimo. E in parallelo colpire i grandi capitali finanziari e le grandi rendite immobiliari per attuare una politica sui beni comuni: dall’acqua pubblica all’energia alla valorizzazione territori».

La sinistra deve ripartire dalla Napoli di De Magistris?
«So bene che una cosa è il Paese e un’altra una città. Ma durante i miei mandati da sindaco penso di aver dimostrato che si possono fare cose di sinistra in modo netto. È stata la più grande esperienza di sinistra degli ultimi 40 anni nel nostro Paese. Siamo stati l’unica città governata senza soldi a non aver privatizzato nessun servizio di rilevanza costituzionale, dai trasporti ai rifiuti al patrimonio immobiliare. Abbiamo lavorato sulla partecipazione, sull’ambiente, concesso diritti civili in assenza di leggi. Ma essendo fuori dal sistema e non potendo contare su voci mediatiche forti, quell’esperienza è stata poco raccontata all’esterno».

Sta pensando di ricandidarsi sindaco?
«Non lo escludo. Lo avevo escluso, ma vedendo il totale prosciugamento dell’anima rivoluzionaria che avevamo costruito da parte della Giunta Manfredi mi sta tornando forte la voglia di fare nuovamente quell’esperienza».

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