Jan-Werner Müller a TPI: “Agli elettori europei non piacciono i leader vicini a Trump”

Jan-Werner Müller è uno dei politologi più autorevoli del mondo. Tedesco, formatosi tra Berlino e Oxford, da oltre vent’anni insegna Teoria politica e Storia delle idee politiche all’Università di Princeton, nel New Jersey. Pubblica regolarmente articoli di opinione su alcuni tra i più influenti giornali dal mondo, tra cui New York Times, The Guardian, Le Monde e Foreign Affairs.

Il suo saggio “Cos’è il populismo?”, pubblicato nel 2016, è diventato un testo di riferimento nelle scienze politiche per comprendere il populismo contemporaneo e i suoi effetti sulle democrazie rappresentative. Lo abbiamo intervistato per raccogliere il suo punto di vista sull’apparente fase di rallentamento dell’ondata della destra tra Europa e Stati Uniti. Werner Müller ha risposto in forma scritta alle nostre domande, inviate tramite e-mail.

Nell’ultimo mese abbiamo assistito alle sconfitte elettorali di Orbán in Ungheria e di Meloni in Italia, mentre Trump si trova ad affrontare un calo di consensi interni a causa della guerra scatenata contro l’Iran. Pensa che questi eventi possano essere interpretati come il segno di una nuova fase di crisi per la destra populista?
«Sono molto scettico riguardo a questo tipo di analisi delle tendenze, che ritroviamo anche nelle analisi elettorali, spesso inutili, che si limitano a chiedersi se una presunta “ondata populista” stia avanzando o regredendo. Raramente si verificano effetti transnazionali reali dei risultati elettorali. Questo è diverso dal fatto che i leader dell’estrema destra europea si stiano accorgendo che mostrare vicinanza a Donald Trump non è ben visto dai loro elettori. Ma avrebbero potuto impararlo già dall’inizio del 2017, quando l’appoggio di Trump ha probabilmente danneggiato Geert Wilders e Marine Le Pen (rispettivamente nei Paesi Bassi e in Francia, ndr)».

Quindi, a suo avviso, le difficoltà elettorali di Meloni e Orbán non segnalano un deterioramento della promessa populista di «proteggere» il popolo.
«Non è una caratteristica specifica del populismo che una scarsa performance economica danneggi i governi in carica. Credo che nel caso di Orbán vi sia una dinamica più particolare, in quanto il primo ministro si è presentato come un paladino anti-globalizzazione, ma ha anche attratto investimenti da Germania, Cina e Corea del Sud. Non ha fatto una bella figura quando un impianto di produzione di batterie Samsung (a Göd, in Ungheria, ndr) ha avvelenato i suoi operai e il suo governo ha cercato di insabbiare la vicenda».

In che misura questi fallimenti dipendono da fattori interni – economici, sociali – e in che misura da un deterioramento del modello populista stesso? Il sostegno di Meloni e Orbán a Trump ha influenzato le loro sconfitte?
«Al momento non disponiamo di dati affidabili al riguardo. Ma non credo che questo abbia fatto una grande differenza. D’altra parte, per chiunque avesse prestato davvero attenzione, sarebbe dovuto essere chiaro che Trump non ha mai effettivamente fornito né a Meloni né a Orbán alcun vantaggio materiale o immateriale significativo: l’alleanza non sembrava affatto dare i suoi frutti».

Possiamo affermare che il populismo funziona meglio come narrazione di protesta che come pratica di governo?
«Credo che questa sia una semplificazione eccessiva. È opinione comune che il populismo sia anti-élite e che, una volta al governo, i populisti diventino essi stessi l’élite, e non possano governare contro se stessi. Oppure, un altro cliché: tutti i populisti hanno idee semplicistiche sulla politica, destinate automaticamente al fallimento. Se il fallimento è predeterminato, come ha fatto Orbán a rimanere al potere per sedici anni, per non parlare di Erdoğan e Modi? Esiste, semmai, quella che ho definito un’arte populista di governo – legata all’eliminazione dei vincoli al potere, al clientelismo e alla presa di controllo dell’economia e, in particolare, dei media – che non è invincibile, ma possiede una certa coerenza e può consentire ai populisti di rimanere al potere molto più a lungo di quanto la saggezza convenzionale suggerirebbe».

In che misura il populismo di destra ha trasformato il linguaggio politico delle democrazie liberali?
«Questa è una domanda davvero interessante. Il fatto che molti conflitti politici siano oggi quasi automaticamente inquadrati come “popolo contro élite” è probabilmente un elemento in questo senso. La disponibilità ad accettare le “lamentele” – così come formulate dai populisti – senza riserve potrebbe esserne un altro. Ma faccio fatica a pensare a un concetto specifico che sia stato introdotto in modo esclusivo dai populisti».

Quanto è importante oggi il rapporto tra populismo e potere economico? Esiste ancora tensione tra le élite economiche e i leader populisti, o è emersa una nuova convergenza?
«È chiaro che molti leader d’azienda si sono riappacificati con i populisti di estrema destra, anche se gli svantaggi sono evidenti: gli Stati Uniti ne sono solo l’esempio più lampante. Non sto equiparando fascismo e populismo, ma è risaputo che anche le élite economiche hanno svolto un ruolo cruciale nel consentire a Mussolini e Hitler di consolidare il potere».

Quali strategie dovrebbero adottare gli attori democratici per rispondere efficacemente al populismo oggi?
«Questa è una domanda complessa, sulla quale potrei parlare per ore… Vorrei solo menzionare due aspetti, in seguito alle semplificazioni che molti analisti hanno tratto dalla vittoria dell’opposizione in Ungheria. In primo luogo, è fondamentale avere una presenza continua e credibile nelle zone rurali, cosa che Péter Magyar è riuscito a fare visitando centinaia di città e villaggi nell’arco di due anni. In secondo luogo, è vero che un’opposizione deve essere unita e che, nel caso di Magyar, liberali e progressisti hanno sostenuto un candidato le cui opinioni spesso divergevano dalle proprie. Sarebbe auspicabile che anche la destra fosse disposta a fare altrettanto: mettere le proprie preferenze politiche in secondo piano per il bene della salvaguardia o del ripristino della democrazia».

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