Opec: il grande strappo degli Emirati Arabi è la fine di un’era?

L’adesione all’Opec è più vecchia degli Emirati Arabi Uniti stessi. Eppure il 1° maggio, dopo 59 anni, la federazione ha lasciato l’Organizzazione, spezzando un legame che risaliva al 1967, quattro anni prima della loro fondazione, quando l’emirato di Abu Dhabi aderì al cartello petrolifero più potente del mondo.
Allora, sebbene sedesse su ingenti riserve di greggio, era solo uno dei tanti Paesi decolonizzati, mentre oggi è una potenza regionale con una strategia precisa e, a quanto pare, sbatte la porta senza rimpianti. L’annuncio, diramato attraverso l’agenzia di stampa ufficiale Wam, parla di «visione strategica ed economica a lungo termine» ed «evoluzione del profilo energetico» ma il messaggio è chiaro. Abu Dhabi non intende più sottostare a quote di produzione decise collettivamente. D’ora in poi seguirà solo il proprio «interesse nazionale». La questione però è più complessa.

Una rottura senza precedentiPer capirne davvero la portata, vale la pena guardare ai precedenti. Il Qatar aveva lasciato l’Opec nel 2019 nel quadro della crisi con l’Arabia Saudita, ma parliamo di un Paese che perlopiù esporta gas. Ecuador e Angola se n’erano andati per ragioni simili: una produzione in calo e un peso specifico ridotto. L’Indonesia, uno dei primi Paesi ad aderire nel 1962 dopo i membri fondatori, era uscita nel 2008 perché diventata ormai un’importatrice netta. «Gli Emirati invece sono un grande Paese esportatore, il terzo più importante all’interno dell’Opec. Non è un’uscita come tante: questa decisione indebolisce in maniera rilevante l’Organizzazione», sottolinea a TPI Giuliano Garavini, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università Roma Tre.
«Gli Emirati Arabi Uniti sono un attore rilevante, con una produzione di circa 3,5 milioni di barili al giorno. La loro uscita rappresenta un pessimo segnale perché continua a indebolire l’Opec», concorda Rafael Ramírez, per 12 anni ministro del Petrolio venezuelano e che visse in prima persona l’addio dell’Indonesia. «L’Organizzazione ha bisogno di mantenere i grandi produttori al proprio interno per poter influire sul mercato. E dopo aver già dovuto affrontare il collasso di un Paese fondatore come il Venezuela, la cui produzione è scesa dagli oltre 2,5 milioni di barili del 2015 agli 800mila del gennaio scorso, ora deve vedersela anche con l’uscita degli Emirati e con i danni della guerra all’Iran. Tutte pessime notizie».
Prima del conflitto infatti, Abu Dhabi era il quarto produttore dell’Opec e l’unico, insieme a Riad, dotato di una significativa capacità di riserva, che permette all’Organizzazione di influenzare i prezzi. Ma lo strappo rappresenta solo l’ultima crepa in questa alleanza. «L’Organizzazione era già in crisi da un decennio a causa dello “shale oil” americano, che ha trasformato gli Usa nel primo produttore mondiale di greggio. Ecco perché nel 2016 nacque l’Opec+, il formato allargato ad altri 11 Stati produttori, tra cui Russia e Brasile. Ora l’uscita degli Emirati indebolisce ulteriormente la capacità del gruppo di gestire la prossima grande crisi di cui tutti parlano: il picco dei consumi petroliferi», avverte lo storico Garavini. «Finora i consumi globali di greggio sono sempre saliti ma, prima o poi, raggiungeranno il loro massimo. Se quando Hormuz riaprirà la domanda sarà calata, i Paesi esportatori cominceranno a farsi la guerra tra loro, con le stesse conseguenze del Covid, quando i prezzi dei futures divennero addirittura negativi e Trump fu costretto a pregare Arabia Saudita e Russia di intervenire per salvare i produttori americani di shale».

Il quadro geopolitico
La tempistica non è casuale e sarebbe ingenuo leggere questa mossa come una decisione solo economica. «Questa scelta cela un aspetto politico che va oltre l’economia: è il primo segno tangibile di un successo di Donald Trump nella guerra contro l’Iran. Le conseguenze del conflitto hanno favorito una decisione che indebolisce un’organizzazione di cui fa parte anche Teheran», osserva Garavini. «Evidenzia la volontà degli Emirati di trovare una propria via in politica estera, autonoma dall’Arabia Saudita, con rapporti sempre più stretti con gli Usa. Ma questo sconfessa la politica del padre fondatore Zayed, che teorizzava un approccio opposto, secondo cui la sicurezza di Abu Dhabi poteva esistere solo in una regione senza conflitti. L’idea di trasformarsi in una piccola Israele dentro la Penisola araba è assai rischiosa per un Paese circondato da chi la pensa diversamente».
Del resto, dallo Yemen alla Somalia, dagli Accordi di Abramo al Sudan, fino alle diverse posture sul dossier Iran, le tensioni con Riad covavano da anni, anche dentro l’Opec. «Le divergenze erano visibili da tempo, ben prima della guerra», conferma Francesco Sassi, assistant professor di Geopolitica dell’energia all’Università di Oslo. «Abu Dhabi sta soffrendo le conseguenze del conflitto più di Riad». Una crisi che ha accelerato tutto.
Precedenti ben più drammatici però, ci ricorda l’ex ministro Ramírez, non avevano mai spinto nessuno ad abbandonare il cartello: «Durante la guerra tra Iran e Iraq degli anni Ottanta, né Teheran né Baghdad lasciarono l’Opec. Nonostante si combattessero ogni giorno, continuarono ad aderire insieme all’Organizzazione per difendere il proprio interesse nazionale». «In questo caso, ritengo abbia avuto maggior peso l’influenza delle lobby e dei fondi d’investimento privati, che spingono per una politica volumetrica volta a produrre sempre più greggio», osserva. «Questo è il vero compromesso alla base della parziale privatizzazione del settore petrolifero emiratino».

Uno sguardo ai conti
Abu Dhabi ha infatti speso circa 150 miliardi di dollari per portare la propria capacità produttiva a quasi 5 milioni di barili al giorno. Le quote Opec, però, ne hanno limitato la produzione a non più 3,5 milioni. Nel 2019 il fondo Kkr e BlackRock hanno investito 4 miliardi di dollari acquisendo il 40% della partecipata statale Adnoc Oil Pipelines, affittando 18 oleodotti per 23 anni, quote poi vendute nel 2024. Simili soggetti privati spingono per la massimizzazione della produzione, ben oltre i limiti fissati dal cartello. «Produrremo ciò che il mondo si aspetta da noi», ha annunciato il ministro dell’Energia emiratino, Suhail Al Mazrouei. «Ma non ha senso far parte dell’Opec se non si è disposti ad amministrare insieme la produzione», taglia corto Ramírez.
«Attualmente, gli Emirati non possono aumentare la produzione, che in conseguenza della guerra all’Iran è scesa quasi del 50%», ci spiega Sassi. «Nel lungo periodo, se Hormuz dovesse sbloccarsi, potranno massimizzare l’export fino a 5 milioni di barili al giorno, obiettivo che l’Opec non ha mai permesso di raggiungere», prosegue. «Nel frattempo, però, la mancanza di coordinamento tra produttori agevolerà gli shock sui prezzi in entrambe le direzioni, rendendo ancora più complesso il quadro dei mercati». Uno scenario che, con il petrolio oltre i 100 dollari al barile e lo Stretto quasi chiuso, non è rassicurante.

Futuro incerto
Ma la vera partita si giocherà sugli equilibri interni all’Opec+. «L’uscita degli Emirati rende l’Opec più debole ma rafforza l’Opec+, rendendo ancora più importante il coordinamento con la Russia», sottolinea l’ex ministro Ramírez. «Prima, forte del consenso dei membri Opec, l’Arabia Saudita vantava una posizione di forza. Ma senza un attore rilevante come gli Emirati, Riad e Mosca si equivalgono. Il regno dovrà sempre cercare un accordo con la Russia, al di là delle tensioni internazionali».
«Senza un alleato chiave come Abu Dhabi, Riad è ancora più debole e non può fare a meno di Mosca, che gioca nella questione iraniana un ruolo geopolitico ben oltre l’energia», concorda Sassi. «Questo potrebbe ridisegnare gli assi strategici dell’intera regione, con ripercussioni in teatri lontani come il Corno d’Africa. Uno scenario preoccupante anche per l’Italia».
Dare l’Opec per morta, però, sarebbe prematuro. «Il principio alla base dell’Organizzazione sarà sempre valido», sostiene Ramírez. «Il petrolio non è una qualsiasi mercanzia, ma un prodotto naturale e scarso. L’Opec ha il compito di difenderne il prezzo e stabilizzare il mercato. Servirà sempre un’organizzazione simile». Se non sarà l’Opec, osserva Garavini, ce ne sarà un’altra.
«In assenza di soggetti capaci di imporre regole, i prezzi petroliferi sono storicamente soggetti a forte volatilità», sottolinea lo storico. «L’Opec è l’unica capace di intervenire concretamente in caso di crisi. L’Agenzia Internazionale dell’Energia, l’unico altro organismo rilevante, ha poteri limitati e la Cina, che detiene riserve fondamentali, non risponde alle sue direttive». L’uscita degli Emirati, insomma, aumenta la volatilità dei prezzi e l’incertezza politica e in un mondo già abbastanza instabile è un lusso che, forse, non possiamo permetterci.

Share:

Facebook
Twitter
Pinterest
LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

On Key

Related Posts